Ciò che non è rumore e di cui è pregno il mondo, è solo taciturno altro. Avvolte nel loro vestito di afonia incolore, le pause mute fanno intendere quanto il rumore sia assenza di silenzio e non l’opposto, come normalmente appare. Nell’ovattata quiete del silente si percepisce il fruscio di riflessioni, lo sciabordio di pensieri ricorrenti che si infrangono sulle spiagge di speranze erranti; si avverte il tintinnio delle idee, l’affannarsi alla ricerca di un Dio inafferrabile che si intravede, ma non si fa tastare. In una pausa incespicano tutte le emozioni suscitate da un periodo musicale... si accalcano nella minuscola, forzata attesa e il loro sgomitare genera intensa aspettativa per la melodia a seguire. Si arresta per un attimo il cuore di una madre mentre attende il primo vagito del neonato. Un silenzio può significare assenso, turbamento, rispetto nel dolore, sorpresa più totale, incerto titubare. L’universo pare afono di suoni, ma giungono a noi tracce ovattate, vaghi segni ancestrali, speranze di non essere più soli. Una pausa si concede a un respiro in affanno, a una coppia che ha perso sintonia, a un gioco da sbadiglio. Un momento indolore è concesso da un farmaco mirato, un silenzio voluto può giovare al pari di un rimprovero impartito.

E dopo tanto frastuono di parole per incensare la loro non presenza, è una fortuna aver trovato un porto: ammaina le vele, cala l’ancora. Nocchiero in pausa.

 

© Cesare Ferrari 

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