Due tenere formichine si muovono sincopaticamente leggiadre su una foglia caduta da un tiglio, ospitante una pletora di nidi di cuculidi dolcissimi con piumaggi folti e multicolore, che si muovono giulivi da un ramo all'altro porgendo il loro contributo sonoro al concerto della natura. In una nicchia della corteccia, un piccolo alveare di vespe vive la sua quotidianità di operaia necessità, mentre una poesia di gocce di rugiada, piange dai rami roridi, che accarezzano l'aria con disarmante amorevolezza. 

Alla base del tronco, appoggiato tediosamente con la schiena, Carmelo Schiappabarozzi aspetta gli amici di sempre, Sebastiano Ciurlo e Gasparino Galgaboffi.

Quando arrivano, il quesito abituale per questa banda di annoiati nullafacenti è... che si fa?

Nell'attesa che venga decisa un via di uscita da quel triste e disonorevole scorrere delle ore, Carmelo, che ha nella sua auto, parcheggiata poco distante, una bottiglia di alcool, irrora per gioco tutta la base dell'albero, a cui da fuoco, ridendo istericamente e cercando l'approvazione di quegli acefali compagni di non vita. 

La vita vera invece, che popolava la pianta, va in fumo in pochi minuti con una violenta fiammata, un po' come l'irreversibile processo di auto spegnimento delle cellule cerebrali di quei patetici feticci dell'inutilità.

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