Ricoperto di tatuaggi da sembrare un minatore alla fine del turno di lavoro, orecchini e piercing sparsi a pioggia, cappellino baseball di traverso, scarpe da basket slacciate e pantaloni di sedici taglie più grandi che si gonfiano al vento, arriva il grande Minchia Zio, trapper di enorme successo. Una pletora di esagitati lestofanti leccapiedi lo precedono, spingendo via ragazzini dodicenni o poco piu, spesso con mamma al seguito, che recitano a memoria le rime dickensiane di questo cantore moderno del nulla, che alza le braccia al cielo, facendo a quella platea di incoscienti anime perse il segno di vittoria, il segno delle corna, segni di sfida, insomma segni di vuoto cosmico totale.

Accende una siga che dopo un paio di tiri spegne sul braccio di una piccola fan, colta da orgasmo, un evento subito condiviso su Facebook in tempo zero, recuperando il sacro mozzicone a mo' di reliquia. Canta, per lo spupillamento della miserrima platea di brufolati bipedi, un brano orrido del suo ultimo cd stonando arcignamente, senza che nessuna delle anime perse se ne accorga, ottenebrata dalla poetica del loro villico idolo di cartapesta. Sputa sul suo autista, pronuncia un elenco diffuso di brutte parole di cui parzialmente conosce il significato, arringa la folla con altre banalità assortite, per rientrare nel suo Hummer dodici posti blindato color cioccolato fondente opaco, con finta mitraglietta sul cofano, e scomparire dalla vista di un Dio troppo magnanimo nei suoi confronti per sopprimerlo seduta stante.

 

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