“Abbiamo disturbato i morti! Siamo diventati impuri…ed anche questo luogo è impuro…ora gli Dei dell’oltretomba ci perseguiteranno…” Cominciò a piagnucolare l’altro ragazzino. Cae lo guardò “Dobbiamo correre a chiamare il maru e raccontargli tutto! Chiamerà gli altri sacerdoti e purificheranno questo posto… e anche noi!” Portarono con loro la spada e tornarono indietro di corsa. Urlavano e correvano verso la casa del ministro di culto facendo un gran trambusto tanto da trascinarsi dietro una piccola folla di curiosi.

Batterono il pugno alla porta svariate volte fino a che, molto lentamente, un servo imbacuccato nel suo mantello di lana pesante, tirò fuori appena la testa per vedere chi fosse; evidentemente proveniva da un luogo ben più caldo rispetto a ciò che prometteva  quella rigida giornata invernale.

“Andate via scocciatori!” Tagliò corto vedendo innanzi a sé quei due ragazzini.

“No, aspetta, dobbiamo parlare con il tuo signore”

“Il maru non ha tempo da perdere con i mocciosi come voi!” E richiuse loro la porta in faccia.

Fu così che i due ricominciarono a bussare, a chiamare e ad urlare.

In realtà il ministro non è che fosse propriamente occupato in qualche faccenda di particolare importanza: se ne stava beatamente accomodato sulla sua sedia più grande, come se fosse su un trono, con il sedere e la schiena appoggiati su vari strati di cuscini morbidi, una bella e corposa coperta di lana sulle ginocchia ed i piedi al calduccio posizionati sotto il treppiedi che sorreggeva più in alto il braciere acceso; un servo gli stava arricciando i capelli con il ferro caldo mentre lui rimirava l’opera allo specchio.

Quell’inatteso trambusto però lo infastidì e mandò a chiamare Spurie, il servo che poco prima aveva aperto la porta di ingresso.

“Che cos’è questo baccano?”

“Due ragazzini signore… il figlio del bracciante di Hirumina e quello di Tlesnei la lavandaia” rispose timidamente Spurie.

“E che vogliono?”

“Hanno detto che volevano parlare con te, padrone…”

“Dì loro di smetterla!” disse manifestando fastidio con un gesto eloquente della mano.

“Già fatto ma non demordono… devo prendere il bastone?” chiese pregustando una sorta di compiacimento Spurie.

Intanto i due avevano cominciato a gridare ancora più forte e qualche frase sconnessa oltrepassava i muri, arrivarono alcune parole come “maledizione”, “morto”, “ maleficio”, “disgrazia” e a loro si erano uniti anche alcuni passanti, ai quali avevano raccontato a grandi linee la storia.

Il maru sbuffò “No, ci penso io… falli entrare!”

“Come?”  Spurie credette di non aver capito bene.

“Sei sordo? Ho detto di farli entrare!”

Accomiatò l’acconciatore che non aveva completato ancora l’opera, si tolse la coperta dalle ginocchia e si dette una parvenza di autorità.

Dopo pochi istanti, i bambini furono al suo cospetto, il timore reverenziale li aveva resi alquanto timidi. Cae alzando lo sguardo trattenne a stento il sorriso, perché il maru aveva metà testa riccia e metà arruffata.

Questi si schiarì la voce e tuonò “Allora che cosa è successo di tanto tremendo da dovermi disturbare durante le mie faccende mattutine?”

Parlò Laspa, poiché Cae ormai non poteva guardarlo senza ridere.

“Abbiamo trovato un morto al margine del bosco… ha con sé uno scrigno e nello scrigno ci sono le ceneri di un altro morto! E queste ceneri si sono rovesciate in terra e addosso a noi!”

“Si!” Intervenne Cae esagerando un po’ “volevo toccare il bauletto ma quando mi sono avvicinato si è scatenato un vento forte… ma così forte e impetuoso che ne ha aperto il coperchio e il contenuto si è sparso per l’aria… un prodigio… una maledizione!” Laspa gli diede una gomitata.

“ Un vento impetuoso eh?” Il maru li osservò sospettoso “Sapete che punizione gli dei riservano ai ragazzini bugiardi?”

“No… giuro su tutto il gregge di pecore che pascolo ogni giorno che è la verità! Il vento è una bugia… lo scrigno l’ha fatto cadere Cae… ma tutto il resto è vero!” affermò Laspa guardando negli occhi il maru per convincerlo che non stava mentendo.

“Bell’amico sei!” gli rispose l’altro ragazzino rabbioso.

Il ministro li osservò un attimo, si mise le mani sui fianchi e si fece severo: “Io invece non vi credo per niente, adesso manderò a chiamare i vostri rispettivi padri e ordinerò loro di punirvi qui davanti a me… così vi passerà la voglia di mentire!”

“Non stiamo mentendo! Il morto aveva con sé anche questa!” Esclamò Cae estraendo da sotto il mantello la spada.

Il maru gliela strappò di mano, la estrasse dal fodero e la rimirò in tutta la sua splendida bellezza ma un momento dopo, il suo sguardo si allarmò.

Si soffermò sul simbolo zoomorfo sull’elsa “Il tauro…” borbottò, “ l’ultima volta che ne ho vista una simile fu più di vent’anni fa… Dove l’avete trovata?”

“L’ho già detto! Ce l’aveva il morto!” Ribadì Cae.

Il maru, rimise la spada nel fodero e chiamò senza esitare i suoi servi.

“Portatemi gli indumenti per uscire, chiamate l’augure e che almeno uno dei sacerdoti del tempio di Tinia venga con me! Spurie! Distruggi questa spada, rendila inservibile, fondila se puoi, nessun altro deve vederla poiché reca un simbolo maledetto! Quando tornerò mi accerterò che tu l’abbia fatto!”

Dopo poche ore, il rito di purificazione del luogo era compiuto, due montoni furono sacrificati al capo supremo degli dei ed il tizio sconosciuto fu sepolto in una misera fossa insieme al suo scrigno entro il quale era stato radunato sommariamente il contenuto.

A Laspa ed a Cae fu proibito di parlare a chiunque di quella spada altrimenti le sciagure più terribili sarebbero cadute su di loro e sulle loro famiglie. Ai due, spaventati, non rimase che ubbidire e strinsero con il sangue il patto di silenzio.

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