Il passaggio della nostra auto non fu veloce. La guida e i passeggeri rimanevano attenti ai dintorni, al paesaggio, a quello che scorreva dietro i finestrini, là, in terra d’Israele. La voce di mia figlia, guida per i genitori passeggeri di quel viaggio, ad un tratto, fece notare, su in alto, lungo la strada: “…quelle sono le alture del Golan…” Il corso del mio pensiero si distolse da altri temi, si bloccò appena e  si soffermò a considerare quelle colline, un teatro di battaglie armate tra due popoli nello stesso paese, a colpi forti di armi da fuoco ed artiglierie, cruente, disperate, a fine di ultimi sopravvissuti. Erano avvenute con tutti i mezzi messi in campo da un attrezzatissimo esercito, che aveva il crisma dell’oppressore, contro gruppi di miliziani meno organizzati, cui toccava la parte degli oppressi. Il respiro, nella riflessione e nelle costruite ipotetiche immagini nella mente, mi diventò a tratti più pesante, sentii una stretta alla gola e poi al cuore.

Le vittime, i colpevoli, la lotta per resistere e per sopraffare… lo sguardo perso nel vuoto, provai della sofferenza… fu per un minimo trapasso di minuti. Poi si andò oltre, l’auto, il percorso, tutto si proiettò in avanti, verso dell’altro… e vennero abbandonati alle spalle anche quella scia, quei pulviscoli misti di rabbia tristezza sgomento, pesanti nel breve come macigni sul terreno dell’anima. 

 

Carlo Giarletta

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