Era stato il primo mare, quello dell’infanzia, quello da cui s’innalzava il soffio vaporoso di Moby Dick e dove veleggiava Long John Silver cantando: “Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto”.
Ce lo portava suo padre, anche d’inverno.
Passeggiavano finché non arrivavano al molo, poi suo padre raccoglieva un po’ d'acqua nel cavo della mano e gliela faceva inalare perché, diceva, cicatrizzava le ferite e avrebbe fermato le sue frequenti epistassi di bambino malaticcio.
Era il primo mare, e l’uomo ci era tornato anche adesso, benché la sua ferita non fosse di quelle che si cicatrizzano e, comunque, non con l’acqua salata.
Si era seduto su una bitta di ormeggio e osservava un vecchio che, con un pennello e dei secchi di latta, si affaccendava attorno a un moscone malridotto, di quelli usati per soccorrere i bagnanti.
Lo aveva osservato a lungo e, all’inizio, aveva pensato che lo stesse ridipingendo, ma ben  presto si era ricreduto. I movimenti del vecchio erano troppo accorti, troppo curati, con un che di attento, quasi stesse accarezzando il legno screpolato.
Si era avvicinato, la sabbia ghiaiosa che scricchiolava sotto le scarpe, le mani in tasca e un debole maestrale che gli scompigliava i capelli radi.
Il vecchio aveva fatto finta di niente.
Stava disegnando un occhio sul pattino destro. Sul sinistro, un altro occhio dai colori vivaci – rosso, nero, verde, azzurro, giallo – luccicava fresco di pittura.  
«Sono come quelli che dipingevano i Fenici» disse il vecchio senza preavviso.
L’uomo si fermò e i piedi affondarono nella rena. «Grandi navigatori, quelli» disse dopo un po’.

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