Guardo il mio piede ingessato steso sul divano e lo vedo come un impiccio, una zavorra. 

Che cosa è una zavorra? Qualcosa o qualcuno che non ci consente di muoverci, di andare con il corpo e con la mente dove vorremmo? È una limitazione alla nostra libertà? Oppure è un appiglio, un’ancora che ci trattiene da qualche parte e che magari ci impedisce di cacciarci in un guaio o in un pericolo?

Ecco che quel gesso bianco candido riporta alla mente alcuni ricordi di bambino: il compagno di giochi che non poteva giocare a palla perché col braccio al collo… La compagna di scuola che non poteva scrivere perché si era slogata il polso… La giocatrice di pallavolo in panchina a sostenere le compagne di squadra perché con le dita traumatizzate da una pallonata presa male… ll vicino che saltellava su un piede solo e sostenuto dalle stampelle…

 

E quel gesso bianco che all’inizio è un sollievo al dolore, una protezione dal male provato, pian piano invecchia, ingiallisce, si sporca, talvolta si colora dai disegni degli amici, si riempie di frasi affettuose, di firme, di unto e di strisciate nere… 

 

Passano i giorni e sta lì e aspetta. Il gesso aspetta che passino i giorni e si compia il tempo suo e che qualche mano sapiente intervenga, e così come lo ha creato, lo distrugga. Lo polverizzi, lo sbricioli senza pietà… Portandosi via le sensazioni belle e brutte della costrizione, del dolore, del fastidio, ridonando la libertà di movimento e con essa la voglia di riprendere in pieno i gesti, le abitudini, la vita, la gioia di potersi scatenare a piacimento. 

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