L’oasi era quasi vuota. Qualche auto nel parcheggio sterrato, una bicicletta appoggiata vicino alla staccionata e un cartello della LIPU mezzo scolorito dal sole e dalla pioggia. Di quelli che cercano di spiegarti quali uccelli potresti vedere, anche se poi, alla fine, non ne riconosci quasi mai uno.

Entrammo nel bosco senza fretta.

La mia amica camminava un passo davanti a me, le mani nelle tasche della giacca leggera. Ogni tanto si fermava a guardare qualcosa tra gli alberi, senza dire nulla, come se il bosco stesse parlando una lingua che capiva solo lei.

Il sentiero era stretto, pieno di foglie secche, schiacciate dal passaggio di altri camminatori. L’aria odorava di terra umida e legno vecchio. Da qualche parte arrivava il verso di un uccello che nessuno dei due sapeva riconoscere.

Il bosco sembrava sempre uguale. Alberi sottili, curve morbide del sentiero, piccoli cartelli di legno mezzo inclinati. Ogni tanto incrociavamo qualcuno: una coppia anziana con i bastoncini da trekking, un uomo con una macchina fotografica enorme appesa al collo, una donna che camminava da sola guardando il telefono.

Ad un certo punto ci fermammo.

Lei guardò davanti a sé corrugando appena la fronte.

Io alzai gli occhi.

Eravamo davanti all’ingresso dell’oasi.

Il parcheggio sterrato.
La staccionata.
Il cartello della LIPU.

Perfino la bicicletta era ancora appoggiata nello stesso modo.

Restammo in silenzio qualche secondo.

«Aspetta» disse lei piano. «Ma… noi non stavamo andando dall’altra parte?»

«Forse abbiamo girato in tondo» dissi.

Era la spiegazione più semplice.

Rientrammo nel bosco.

Camminavamo con passo regolare.

Ogni tanto lei guardava ai lati del sentiero, come se cercasse di riconoscere punti già visti. Un tronco storto, una radice che usciva dal terreno, un piccolo cartello di legno con la scritta quasi cancellata.

Dopo un po’ incrociammo la coppia di escursionisti coi bastoncini da trekking. Erano gli stessi di prima. Camminavano piano, uno accanto all’altra, con la naturalezza di chi ha ripetuto quel gesto molte volte. La donna ci salutò con un cenno del capo. L’uomo sorrise appena.

Passarono oltre.

Restammo fermi un istante più del necessario, guardandoli allontanarsi.

Poi lei disse, quasi senza voce:

«Li avevamo già visti.»

Non era una domanda.

Andammo avanti.

Per qualche minuto nessuno dei due disse nulla.

Il sentiero continuava a piegare dolcemente tra gli alberi. A destra comparve una panchina di legno consumata dal tempo. Poco più avanti un piccolo ponte attraversava un canale quasi asciutto. Dettagli che avrebbero dovuto rassicurarci. Quando si cammina in un posto sconosciuto, riconoscere qualcosa è sempre un buon segno.

O almeno così si pensa.

«Quella panchina l'abbiamo già vista?» chiese lei.

Mi voltai a guardarla.

«Non credo.»

Ma non ne ero affatto sicuro.

Continuammo.

Il bosco era diventato più silenzioso. Non completamente immobile, ma come se tutti i suoni arrivassero da più lontano. Anche il verso degli uccelli sembrava essersi spostato oltre gli alberi.

Superammo una curva.

Poi un'altra.

Poi un piccolo cartello di legno con una freccia scolorita.

E ci fermammo.

Davanti a noi c'era di nuovo il parcheggio.

La solita staccionata.

Il cartello della LIPU, solo più scolorito. 

Persino la bicicletta era ancora appoggiata nello stesso punto, con la ruota leggermente girata. 

Per qualche secondo nessuno parlò.

«No», disse lei.

Non sembrava spaventata. Solo incredula.

Mi guardai alle spalle.

Il sentiero era lì.

Dietro di noi il bosco continuava come aveva sempre fatto.

Davanti, invece, c'era di nuovo l'ingresso.

Come se non avessimo camminato per venti minuti.

Come se il bosco ci avesse restituiti al punto di partenza.

«Forse c'è un anello che non abbiamo visto sulla mappa», dissi.

Lei annuì distrattamente.

Era evidente che nessuno dei due ci credeva davvero.

Rimanemmo qualche istante a osservare il cartello.

Poi tornammo ancora una volta nel sentiero.

Questa volta prestando attenzione a ogni dettaglio.

Contammo le curve.

Osservammo i cartelli.

Perfino i tronchi degli alberi sembravano diventati punti di riferimento.

Dopo un po' comparve una radice enorme che attraversava il sentiero.

Poi una panchina.

Poi il piccolo ponte.

«Aspetta...» disse lei.

La panchina.

Era la stessa.

Ne ero quasi certo.

Aveva una tavola più chiara delle altre, come se fosse stata sostituita da poco.

La superammo senza fermarci.

Nessuno dei due disse niente.

Continuammo a camminare.

E quando il bosco si aprì davanti a noi, non ebbi nemmeno bisogno di alzare lo sguardo per sapere cosa avrei visto.

Sempre le stesse cose.

Il parcheggio era ancora lì. 

La staccionata anche, ma sembrava più vecchia di prima, come se il legno avesse assorbito anni di pioggia in pochi minuti. 

Il cartello della LIPU sembrava aspettarci. Solo che stavolta notai qualcosa che prima non avevo visto: una piccola crepa sul legno, proprio sotto la scritta. Forse c’era sempre stata. 

Restammo qualche minuto davanti all'ingresso.

Alla fine lei fece spallucce.

«Riproviamo?»

Annuii.

E tornammo nel bosco.

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