Gli occhi di Rocciu ebbero un guizzo malizioso, ma il commissario lo attribuì alla stravaganza di un vecchio che viveva da solo lontano dal mondo. Pensò che, nonostante la riservatezza dell’uomo, qualcuno doveva aver avuto sentore di quella cassaforte. Forse Rocciu ne aveva parlato al bar e la voce era circolata. I tre uomini stesi là fuori, tra le erbacce, erano venuti per rubare. Magari gli avevano fatto la posta ed erano entrati in azione in assenza del padrone di casa. Oppure ne ignoravano l’esistenza e, una volta entrati nell’abitazione, si erano ritrovati per le mani un’occasione allettante. L’avevano trasportata fuori e, poiché non c’era nessuno, l’avevano forzata in un modo o nell’altro. La loro morte aveva senza dubbio un legame diretto con la cassaforte e con il suo eventuale contenuto. 

Rolando tacque e osservò a lungo il vecchio. Rocciu non si sottrasse al suo sguardo e lo sostenne con fierezza e piglio impassibile. Il commissario non riusciva a immaginarlo capace di uccidere ma, pur facendo astrazione del suo convincimento, il famoso sesto senso investigativo, doveva tener conto di alcuni fatti.

La notte prima Rocciu non era in casa, anche se quella circostanza doveva essere ancora confermata. Se aveva mentito e se aveva sorpreso i ladri, forse aveva deciso di affrontarli. Per quanto ancora in gamba, il vecchio avrebbe dovuto fronteggiare tre uomini giovani e determinati. Possibile che avesse deciso di correre questo rischio? Il dottore aveva escluso colluttazioni, di conseguenza il vecchio avrebbe dovuto coglierli di sorpresa, all’esterno. In teoria un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata sarebbe stato in grado di dilaniare il volto di ciascuno dei tre balordi. Tuttavia, colpirli con precisione uno ad uno, in piena notte, tutti e tre in faccia sarebbe stato per lo meno un caso fortunato. E poi il dottore non aveva rilevato ferite d’arma da fuoco. C’erano dei lati oscuri che richiedevano un’indagine prudente e minuziosa.

 

Altri due furgoni si erano accodati al primo carro mortuario. I becchini stavano per concludere il loro lavoro di occultamento della morte inguainando i cadaveri dentro sacchi di plastica e infilandoli nei cofani. Anche gli agenti della scientifica avevano quasi finito. Il loro compito era di spiegarla, la morte, almeno nelle sue dinamiche oggettive; come dire accertare da quanto tempo avesse piovuto senza spiegare perché l’acqua fosse bagnata. Il commissario passò accanto alle volanti, mentre gli agenti sistemavano i reperti prelevati dentro uno scatolone, e avanzò in mezzo ai sassi facendo attenzione a non rovinarsi le scarpe. 

Il Dottor Milani, poco discosto dalla cassaforte, armeggiava con la sua valigetta. In controluce, sotto il sole cocente di metà giornata, il parallelepipedo metallico, quaranta centimetri per sessanta, appoggiato sopra un muretto di pietre ricordava un monolite scuro, così incongruo con il suo sportello spalancato sul lato destro. Chissà perché a Rolando venne in mente un tabernacolo sconsacrato o, peggio ancora, violato. Il suo interno era opaco e la luminosità circostante lo faceva assomigliare a un buco contenente tutto il buio della notte. Mentre avanzava, il commissario percepì uno strano odore, come un puzzo di capelli bruciati.

Si voltò verso il dottore. La scena era surreale con ciò che assomigliava a un’antica reliquia venerata da un bizzarro sacerdote ornato di paramenti futuristi. Nel momento preciso in cui Milani sollevò dal viso la sua maschera di plastica trasparente, Rolando incrociò il suo sguardo. Una strana luce scaturiva dalle sue pupille.

 

(continuerà)

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