Il commissario Rolando parcheggiò su uno spiazzo a lato della strada sterrata. Poco più avanti c’erano le volanti della scientifica e il carro mortuario. Un cofano di plastica era stato appoggiato sull’erba secca. Rolando, dopo una rapida occhiata, pensò che i becchini avrebbero dovuto fare altri due viaggi per portare via i corpi. Salutò i colleghi da lontano mentre il dottore, imbacuccato in una tuta bianca, era chino sui cadaveri, intento ai suoi rilievi.

Massimo Rocciu lo aspettava seduto davanti a casa sua, su una panchina di pietra. L’uomo, un accenno di barba ispida sopra un’accozzaglia di rughe, se ne stava chino, il mento appoggiato al suo bastone.

– Ho già risposto ai suoi colleghi! –, lo accolse in modo brusco.

Il vecchio non sembrava molto socievole, una caratteristica comune alla maggior parte degli abitanti del villaggio.

– Buongiorno –, gli rispose il commissario – ha voglia di fare una chiacchierata con me? –

– Io le parole le faccio al bar. Mi dica quello che vuole sapere. –

– È casa sua questa? –, chiese Rolando sedendosi accanto al vecchio.

– Sì, era di mio padre. E prima ancora del padre di mio padre. Sono cinque generazioni che abitiamo qui. –

– Ha figli? –

– Due ne ho. Sono in Germania. Emigrati da anni. –

– Lei vive qui da solo? –

– Meglio soli… Conosce il proverbio. –

– Ha voglia di raccontarmi come sono andate le cose? –

– Io non lo so come sono andate. Che cosa le devo dire, commissario? Ieri sono andato a trovare mia sorella. Ho preso la corriera delle otto. Ho passato da lei tutto il giorno e ho dormito lì. Sa, non sta molto bene. Il tempo passa per tutti. –

– Quando è tornato a casa? –

– Questa mattina. L’autobus è arrivato alle dieci. Ho comprato un po’ di pane in paese e mi sono incamminato verso casa. Quando sono arrivato qua… ho trovato questo macello. –

– È lei che ha avvisato la polizia? –

– Sì. Ho posato il sacchetto del pane in casa e sono tornato indietro. Ho telefonato dal bar. –

Il commissario trovò singolare quel dettaglio. Il vecchio si era premurato di mettere a posto il pane appena comprato prima di decidersi a chiamare i soccorsi. 

Rocciu portava un nome che evocava il suo aspetto: una roccia. Nonostante i suoi settantaquattro anni, sembrava in ottima forma: un ometto non tanto alto, vestito con abiti modesti, pantaloni di fustagno e camicia a quadri. Rolando si chiese se avesse veramente bisogno del bastone o se quell’appendice gli servisse unicamente a sottolineare la sua posizione e a incutere rispetto presso quelli più giovani di lui. 

– Lei è pensionato, Signor Rocciu? –

– Dopo una vita di lavoro mi danno una pensione di merda. Ogni tanto vado ancora al cantiere navale. I giovani non conoscono i vecchi trucchi del mestiere. Qualcuno deve pur tramandare le tradizioni. –

– Quali intende? –

– Rettificare i cilindri di un diesel, aggiustare uno spinterogeno, cambiare le membrane di una pompa di sentina; al giorno d’oggi si butta tutto e i pezzi guasti si sostituiscono senza neanche tentare di ripararli. Sa quanti motori ancora buoni ci sono al cantiere? Basterebbe arrangiarli e funzionerebbero benissimo ancora per anni. Mi chiamano quando non si trovano i pezzi, oppure se costa troppo comprare un motore nuovo. –

– È dal cantiere che proviene la cassaforte? –

– Guardi che non ho rubato niente. Ho chiesto il permesso al ragioniere. Glielo chieda pure. –

– Lo farò –, rispose il commissario, ma Rocciu si aspettava già quella risposta e non si mostrò sorpreso.

– Commissario, mi scusi –, lo interruppe un agente – il Dottor Milani vuole parlarle. – 

Un poliziotto in camicia blu e basco d’ordinanza aveva interrotto la loro conversazione.

– Mi perdoni –, disse Rolando al vecchio.

– Tanto non devo andare da nessuna parte. –

 

La strada vera e propria finiva in una piazzola davanti alla casa. Poi diventava un sentiero appena accennato che s’inerpicava tra le pietraie. Tutt’intorno, il paesaggio desolato, tipico della regione, non era che una landa d’erba ispida che più nessuna capra brucava. Tra i sassi irregolari si aggiravano soltanto formiche e vespe. 

I corpi erano distanziati di qualche metro. Sembrava che fossero scappati da qualcuno prima d’essere raggiunti e finiti. Non era stato necessario delimitare la zona con il nastro bianco e rosso. Tanto di lì non passava nessuno e l’unico abitante che ancora risiedeva in quella contrada selvatica era l’anziano pensionato.

Il Dottor Milani si tirò su e si avvicinò per parlare.

– Commissario, se non vuol guardare, non la biasimo. Non è un bello spettacolo. –

– Non si preoccupi, ho bevuto solo un caffè. Che cosa mi può dire? –

– Tutti e tre presentano le stesse ferite. –

– Arma da fuoco? –

– Nooo. Tutt’altro. –

– Si spieghi. –

– La faccia è stata strappata. A uno manca la mascella e il collo è squarciato fino allo sterno. Anche gli altri due sono irriconoscibili. –

– Come si fa a “strappare” una faccia? –

– Nella mia carriera di anatomo-patologo non ho mai visto nulla di simile. A prima vista si potrebbe pensare a un animale, ma non ci sono né impronte, né peli. –

– Un branco di lupi? –

– Ne dubito. Piuttosto una bestia possente e violenta. –

– Un orso, allora! –

– Forse… anche se non ho rilevato ferite da artigli o da denti. E in quel caso gli orsi avrebbero dovuto essere almeno tre. –

– Perché? –

– Ammettiamo che un animale di grossa taglia abbia aggredito la prima vittima avendone la meglio. Certamente avrebbe impiegato un po’ di tempo per dilaniarlo. Non penso che gli altri due uomini sarebbero stati lì ad aspettare il loro turno. In tutta logica, sarebbero intervenuti per scacciarlo e per difendere il loro compare. Oppure, nell’impossibilità di aiutarlo, sarebbero scappati a gambe levate abbandonandolo al suo destino. Invece il numero due è a meno di cinque passi e il numero tre a una decina. Non mi torna, sono troppo vicini. –

 

(continua)

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