Habibi,

 

mai avrei pensato che il mare potesse cantare.
Mi ha cullato dolcemente, come quando da bebè dormivo tra le braccia di zia Fatima e ancora non conoscevo l'immensità di Dio. L'ultima ninna nanna. Una colonna sonora pressoché inusuale per traghettare le anime dall'altra parte.
Non provare sconforto per me. Scriverti questa lettera sottintende che sto bene, decisamente meglio. E il momento nefasto, quello fatidico per cui hai tanto pianto, è stato rapido e indolore: dormivo stremato dal viaggio. Eravamo tre giorni in mare ormai. L'avversa sorte è stata una liberazione dalla fame, dalla sete, per non parlare di quel sole enorme che ci ha torturato tutto il tempo.
Dio è grande. Il mio desiderio è stato esaudito, ora siamo in Italia. All'Hotel Paradiso. Habibi, stenterai a credere le stranezze di questo paese!

Per prima cosa, la mattina, si forma una fila chilometrica per prendere il caffè espresso. Ti giuro, anche se non dovrei, che non ho mai visto una coda di persone tanto lunga. Ogni tanto c'è chi fa il furbetto per passare prima, ma puntualmente se ne accorgono, gli gridano male parole e lo cacciano nel fondo.

Un'altra bizzarria che mi ha colpito è che qua tutti bevono vino. Dagli inservienti ai responsabili, i camerieri al ristorante e persino gli autisti dei pulmini! Fingono di farlo di sottecchi, invece ingurgitano davanti ai tuoi occhi sbalorditi e poi ti sorridono, esordiscono biascicando un “buongiorno” o un “ciao” e cercano di contagiarti un risolino con una battuta. So che condanneresti tale condotta. Ci hanno sempre detto che l'alcol è peccato, ma devi ricrederti. Basti pensare al professor Faizullah e alla sua credenza fornita di Brandy. Ci diceva che non è peccato ciò che ci fa stare bene. Povera bestia. L'hanno torturato tre giorni e tre notti prima di sparargli in testa.

Abbiamo una camera occidentale. La 104. Ogni volta che dici a un italiano che hai la 104 si mette a ridere e ti fa: “ovviamente”, poi ti tocca il braccio, stringendolo ma senza farti male, sorride e dice che scherza. Non ho ben capito ancora questa cosa.

Nella camera c'è tutto ciò che si può desiderare: i sanitari con acqua corrente, le luci, un letto comodo, lenzuola pulite. Siamo io, la mamma e mia sorella maggiore Mariam.

In Italia tutti urlano. E dopo una vita passata a sentire i boati dei razzi, ti confesso che quel vociare è la cosa più musicale che abbia mai sentito.

Nel ristorante abbiamo mangiato squisitezze in abbondanza. Abbiamo pure avuto il privilegio di scendere in cucina. Siamo rimasti piacevolmente esterrefatti: tutta la brigata stava a cantare intorno allo chef, che suonava una chitarra, e appena ci hanno visto, hanno dedicato uno stornello con annesso applauso finale.

La sera stiamo in giardino a contemplare tramonti pazzeschi. Abbiamo fatto amicizia col giardiniere. È un rumeno che ascolta tutto il tempo rap in napoletano dal suo walkman, passeggia con addosso il suo gilet, e ogni tanto finge di lavorare. Ci ha fatto vedere le sue piante di canapa indiana che tiene nascoste in una vallata adiacente al giardino dell'hotel; sono alte due volte me!

Io sono felice qui, habibi. Sono felice di non sentire più il terrore di mia madre. Sono felice di non sentire l'apprensione di mia sorella maggiore, che per andare a comprare il pane stava col pensiero di potersi imbattere in miliziani con le tasche piene di viagra e preservativi.

Vuoi sapere come siamo arrivati qui? Attraverso il mare. Te lo racconto.

Subito mi ritrovai solo. Davanti a me degli immensi archi che ricordavano vagamente la moschea di Gurgi, tutt'intorno il silenzio assoluto di un deserto a me sconosciuto. Non un grido, né mezza voce, non un pum pum dei loro maledetti fucili. Sono entrato nel palazzo e, devo confessarti, non senza una certa paura; habibi, c'era un gigante seduto a una scrivania scompigliata di scartoffie. Ha levato lo sguardo dai cruciverba che lo tenevano impegnato per fissarmi, gli occhi grandi quanto le ruote di un camion.

“Nome?”, borbottò annoiato.

“Khaled Moha...”

“Sì, sì, sì, certo. Nato?”

“17 Dicembre 19XX.”

“Certo, certo... dove?”

“Tripoli.”

Mi poneva domande senza prestare interesse alle risposte. Quando notai le due enormi corna da montone che portava sul capo, un brivido mi fece sussultare, pensai che fossi al cospetto del demonio. Più tardi appurai che era soltanto un impiegato in servizio lì. Mi disse che per metà era italiano e per metà libico, quindi mi prese in simpatia. Mi spiegò che avendo una moglie romana, non dovevo sospettare delle sue corna, perché apparentemente erano il risultato di tutti quegli anni in cui la moglie era stata alle Canarie, in villeggiatura con le sue amiche. Me lo disse con naturalezza, come se niente fosse.

Poi stampò un voucher con su scritto il mio nome, quello di mamma e di Mariam. Eravamo ospiti all'Hotel Paradiso. Finalmente l'Italia ci apriva le porte.

Vorrei continuare questa lettera habibi, ma non c'è più tempo. Non che io abbia finito l'inchiostro o la carta, ma ormai ho i polmoni pieni d'acqua salata, stanno per scoppiare. Deve andare così. Tu rimani a casa a temere le bombe e lascia stare i paesi stranieri. È meglio, fidati. Ci sono di mezzo interessi politici ed economici che manco ci possiamo immaginare. Non basterebbero centomila vite mie e centomila vite tue, perse in mezzo al mare, per svegliare i loro cuori offuscati.

 

Ti abbraccio forte,

 

Khaled.

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