“Chiedo venia per codesto mio ardire”, un pazzo, nel preciso senso di evaso da manicomio, recitava tronfio d'enfasi sul palco d'un teatro deserto. Sfoggiava un doppiopetto sgargiante da cui sbucava candido il colletto inamidato, un redingote blu notte e una buffa tuba larga oltremodo. L'elegante bastone da passeggio seguiva la pantomima di piroette improvvise, il matto gesticolava infervorato, sotto l'attenzione del gentile fascio di luce concesso dalla scena.

“Brevi frammenti svolazzanti nelle gallerie di metropolitane abbandonate, percorsi lugubri come uteri unti e consunti di mendicanti da lampione, ecco cosa siamo, noi...”. Alzava la mano fissandola con sguardo spiritato e con gesto altrettanto plateale la tirava giù di colpo, proseguendo il delirante eloquio: “...povere canaglie, maledetto chi ci considera, soltanto per la misera audacia di cimentarsi. Ma cos'è il suicidio, se non la massima forma d'espressione artistica?”

Nel teatro si coglievano a naso l'opulenza e l'assenza di qualsiasi altra forma di vita: le principesche poltrone auree dai cuscini foderati in tela rossa di tre file di spalti vuoti con i balconcini di pacchiani arabeschi dorati componevano un trionfo di raffinatezza eccezionale; d'altro canto, a parte il parlottare concitato del pazzo, il silenzio padroneggiava assoluto.

“La poesia, esiste strettamente nella sofferenza, per cui l'ambasciatrice degna e rispondente a rappresentarla fedelmente, altro non può essere che la morte. Il mistero dell'aldilà permea le meningi dei pensatori dai tempi più remoti, e lì, che, dalla morte nasce poesia. Ma il suicidio, miei carissimi, il suicidio è un colpo basso all'esistenza, un golpe alla morte stessa e al suo registro naturale. Capite, ordunque, che è arrivato il momento d'intrattenervi parlandovi del mio uccello...”

Il matto prese a delineare per filo e per segno il proprio membro, senza omettere i dettagli ereditati da secrezioni altrui che, a suo esplicare, si procurò in un porto quando imbarcò come mozzo, con una Venere dalla testa da gatto e le zampe di gallina.

La rappresentazione durò quaranta minuti abbondanti.

“Comprenderete signori, l'importanza del mio io narrante. Gli invidiosi diranno di me, che pratico masturbazione letteraria, ciò non spartisce alcunché con la verità, io non attuo autoerotismo mentre le mie parole, atte a salvare il mondo, trattano solo ed esclusivamente di me medesimo. Comunque, aggiungerei una breve parentesi sul mio uccello...”

Un lampo di lucidità passò negli occhi acquosi del pazzo e tanto poco bastò per comprendere quanta desolante solitudine avesse intorno. Seguiva a sproloquiare mentre, con naturale disinvoltura, estraeva una fiala dalla tasca del redingote. Si vuotò il contenuto addosso, sulle spalle e, lanciando alla platea la buffa tuba larga oltremodo, sui radi capelli, impregnando bene lo scalpo di quel liquido che gli gocciolava dagli abiti.

“Poiché capire è la peggior maledizione dell'umanità, che ci pone Iddio e la sua volontà contro. Non c'è posto su questa latrina di terra per l'uomo che sa tutto. L'onniscienza è una favola proibita, una pagina di vangelo strappata persino agli apocrifi; perdonerete questo mio ardire. Detto ciò, questo è kerosene, io mi do fuoco!”

Accese un fiammifero strofinandolo risoluto, l'odore di zolfo precedette il divampare della fiammata che lo avvolse ingoiandoselo. Bruciò senza un lamento, nemmeno mezzo ansimare. Quando il fascio di luce si spense sul suo corpo carbonizzato, il teatro cadde nel buio più profondo.

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