Certo che da regazzini de cazzate n’amo fatte ‘n botto, all’epoca, parlo de li primi anni 60,  vivevamo de pane e cazzate, nun c’era giorno che nun ne combinavamo una e guasi sempre je la sfangavamo. Dico guasi sempre perché quarche vorta ce semo annati pe’ le piste. Come quaa vorta che annamio a fregà l’arbicocche ne l’orto daa Parocchia, nun tanto pe magnalle quanto pe’ fa ‘n dispetto a Padre Adorfo, er vecchio pretaccio maledetto co’ l’abbitudine de dacce ‘e cinghiate su le gambe,  pe’ scherzo ce diceva, ma li mort… quanto faceva male! C’aveva ‘na cinta che je ggirava intorno a la trippa e poi je scenneva fino a le cavije. Annaje a fregà l’arbicocche sarebbe stata a vendetta nostra, ‘na goduria, ce sarebbe annato ‘n puzza de brutto.

‘Sto pretaccio c’aveva ‘n’orto ch’era a fine der monno, ‘na  favola, c’era de tutto e de ppiù, nespole, arbicocche, cerase, fichi, prugne, limoni, in poche parole c’era da magnà e da bbeve. A noi c’annavano a sangue l’arbicocche e li fichi, ma allora girava ‘na voce, nun so si era vera o era ‘na fregnaccia, che la pianta de fico è traditora, se caschi da quaa pianta te fai male de bbrutto, perciò l’avemo lassata perde, dovevamo da rubbaje l’arbicocche.

Sapevamo che guasi tutte ‘e sere er pretaccio c’aveva da fa co’ li regazzini boy scout ner salone de li giochi che stava daa parte opposta de l’orto, quinni c’avevamo campo libero pe’ dà l’assarto a l’arbicocche. Semo entrati ne’ l’orto da ‘na porta daa sacrestia e dopo ‘na manciata de seconni Tonino era su l’arbero mentre io e Arvaro semo rimasti sotto co’ ‘n paro de buste de plastica. “Pia Arvà… pia Arvà…” diceva Tonino mentre staccava li frutti daa pianta e li faceva cascà nee  bbuste de plastica senza neanche vedelle. “Arvà, pia questa ch’è grossa,  quest’artra maa magno subbito aa faccia de Padre Adorfo”. La prima busta era guasi piena che vedemio er pretaccio e ‘a sua cinta venì verso de noi come ‘n furmine. Come caz… ha fatto a sapè che stavamo lì? Sta de fatto che io e Arvaro se semo dati de corsa mentre Tonino che ‘n s’era accorto de gnente  continuava a staccà l’arbicocche e a dì “ pia Arvà… pia Arvà” lasciannole cascà dentro a busta de plastica che mo stava nee mani der pretaccio sotto l’arbero.

“Quando scendi oltre alle albicocche assaggerai anche  la mia cinta” disse Padre Adorfo pe’ attirà l’attenzione de Tonino, che senza penzacce ‘n’attimo ne tirò una addosso ar pretaccio e co’ ‘n sarto da fa invidia a Cita arivò a n’arbero de limoni vicino e poi se n’andiede de corsa verso ‘a sacrestia lascianno er vecchio prete come ‘n coj…e co’ la busta d’arbicocche ‘n mano. Arvaro ce raggiunse a li giardinetti, “mortacci vostri me lo potevate dì che stava pe’ arivà er prete, m’ate fatto fa Tarzan!” ce disse tutto affannato pe’ la corsa. “ N’amo fatto ‘n tempo Tonì, se so mosse prima e gambe daa bocca”, j’arisponnettimo mentre se spisciavamio da ‘e risate.

Fecimo passà ‘n ber po’ de tempo prima de ritornà a la sala giochi daa parocchia, tanto er pretaccio mezzo rimbambito se sarebbe scordato de noi ma soprattutto de Tonino.

Seeeeee… questo ‘o credevamo noi!!! Come amo rimesso piede a la sala giochi, mentre stavamo a ggiocà a bijardino se sentì a l’improvviso un”ciak”  e subbito dopo un “ahia!” Era a cinta de Padre Adorfo che se stampava su le gambe de Tonino. “ Sono più buone le albicocche o la mia cinta? - disse er pretaccio mentre Tonino se strusciava co’ la mano dietro la coscia guardannoselo storto– domenica vi voglio tutti e tre a messa altrimenti lo dico ai vostri genitori.”

Che voo dico a fa, la domenica in chiesa stavamo ‘n prima fila, “Dominus vobiscum” diceva er pretaccio rivorto a li parocchiani ma co l’occhi verso de noi, “et cum spiritu tuo” risponnevamo noi ad arta voce… e ” vaffanculo te e la tua cinta”… a voce molto ma molto più bassa.

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