I bombardamenti su Palermo durante la seconda guerra mondiale furono ferite e mutilazioni che rimasero negli anni, come piaghe sempre aperte, anche se dopo quindici anni dalla fine del conflitto le città della Sicilia risorsero a nuova vita.

Le macerie inondavano corso Vittorio Emanuele, via Maqueda, via Crispi, il Borgo, la Magione. Ricordo che mio padre mi ha sempre raccontato che lui da piccolino sentiva gli aerei arrivare nel cielo e nel rifugio in via Montepellegrino, dietro il luogo dove oggi sorge un hotel, a pochi passi dal mercato ortofrutticolo, lo scaro, il rombo dei motori era talmente forte che penetrava dentro al cervello e scuoteva il sistema nervoso, scatenando il cuore pervaso dalla paura dell'evento.

Per tanti anni questa ossessione di vedere aerei scaricare le loro bombe era diventato paura per gli uccelli. Gli aerei erano come grossi uccelli di morte che apparivano in stormo, scatenavano l'inferno e fuggivano tra le nuvole.
Mentre al suono della sirena mio padre con i suoi scappava nel rifugio, Andrea Camilleri nel suo peregrinare incrociava prima la colonna di mezzi guidata dal Generale George Patton in direzione Palermo, e poco dopo Robert Capa intento a fotograre un duello aereo tra caccia nemici all'ombra del tempio della Concordia.

La paura di non farcela, di non riuscire a sfuggire all'odio degli uccelli d'acciaio cominciò a scomparire quando arrivarono gli americani con i loro carri armati. Sopra queste macchine cingolate i soldati ridevano, erano felici, mostravano il segno della vittoria e regalavano cioccolata e sigarette. Le donne cominciarono ad amarli perché portavano la libertà. I i bombardamenti scomparvero nella realtà, ma rimasero dentro chi li aveva vissuti. E tutte le volte una sirena scattava, anche come falso allarme, l'ansia assaliva mio padre che voleva recarsi al rifugio. Poi ritornava in se e sorrideva.

Un'ansia che non lo ha lasciato per tanto anni ancora dalla fine della guerra.

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