"Come sarà, laggiù da me, oggi?
Ci sarà la polvere lungo i margini del fiume, alzata dai furgoni, che passano vuoti, seguiti dai bambini?"
Questo si chiede Abrham, tossendo. Eppure s'è avvolto in un cappotto pesante; porta la sciarpa fin sulla testa. Ma qui il freddo gela. Il freddo che non sapeva. Che non conosceva.
"Come sarà, laggiù da me, il Sole?
Quando si alza appena dietro ai monti già ti ferisce gli occhi e te li piaga. E s'alza dalle vette come un dardo, gridando sulle cose... sulle lamiere chiuse, arruginite, con le quali mio padre ha recintato l'orto. Le zolle secche, la vecchia e magra capra e il suo silenzio, come il silenzio vinto di mio padre, che guarda l'orto morto."
E intanto intorno a lui gente perfetta, che non lo nota. Gente che odora di strani profumi, che non sanno di vero. I secchi ordini del suo padrone; uno come lui, con più fortuna, o forse soltanto con più veleno in corpo.
Lui si stringe, si serra nel cappotto. Ma ha le giunture, l'ossa, tutte rotte. Gli hanno detto che si chiama febbre. Ma non è la febbre che dà sonno: quella della sua Terra. Questa febbre dà brividi alla schiena, frusta la gola, brucia nei polmoni. E fino a sera almeno, non riposa,

 

Abrham che si ricorda appena la sua terra.
"Non la devo scordare... questo mai! Come sarà adesso... a quest'ora azzurra... ora ch'è l'alba?" Ci sarà Samira lungo il fiume, con le gambe lunghe e magre, come strani e slanciati datteri selvaggi? E quanto saranno grandi ora i suoi occhi? Neri come l'antilope; come l'antilope sfuggenti?"
"Perché mi dormi  in piedi! Su con le casse!" ordina il suo padrone.
E Abrham corre e prende sulle spalle il mondo. Non sa ancora cosa vuol cambiare. Ancora ha le radici là, donde è partito. Ma sa che da questa nuova Terra non potranno mai venire cose brutte. Qui dove la gente è così chiara, pulita, profumata. Dove non ti vedono non ci può essere cattiveria. E' come se fossi immensamente solo. E se sei solo, non può andare così male, alfine.

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