«Undici»

La voce metallica senza inflessioni mi traduce il numero che compare sul grosso display dello studio medico, guardo di nuovo il mio bigliettino che indica il 34, senza possibilità d’errore.

Ventitre persone che sono arrivate prima di me, anzi 34 inserendo quelli già entrati, si sono svegliate all’alba per piazzarsi davanti allo studio, per amareggiarmi la vita.

Purtroppo mi sono messo vicino alla porta ed anche vicino alla signora che tutti prima o poi vogliamo conoscere, colei che decide il nostro destino, previo pagamento.

È lenta, come si dice a Roma: “aiuteme a dì lenta!”, la dottoressa dei prelievi ormai ha un grande anticipo, quindi aspetta fuori dalla porta il prossimo da dissanguare… anche se chi arriva lì, è stato già dissanguato dalla cassiera, sotto i 60 euro nun se scappa!!!

Ah già, divagavo, perché purtroppo? Molti appena entrano chiedono “chi è l’ultimo” oppure “si deve prendere il biglietto?” e a chi lo chiedono? A me, sono il più vicino.

Ormai sono diventato specializzato nel rispondere con smorfie del viso, non spreco più parole… promemoria: la prossima volta mettersi in fondo!!!

Le più odiose sono quelle che cercano di saltare la fila (quasi tutte donne, perché?), una la capisco subito da come parcheggia, davanti allo studio dove è proibito, entra con le labbra rifatte che arrivano prima del corpo ed inizia “vado di corsa, devo andare a lavorare, mi aspettano” i nostri volti, uniti nella lotta, le fanno capire: “peccato, aspetteranno inutilmente”, un’altra si tocca la pancia per far vedere che è incinta (al massimo due mesi) e guardando l’infinito come Rossella O’Hara, cerca di capire perché il mondo può essere così cattivo. Purtroppo per lei, il mondo È cattivo!

“trentaquattro” cavolo, sono io, mi stavo distraendo. La cerbera della cassa mi ricorda il bradipo di Zootropolis, cerco di darle anche i centesimi per non dover aspettare il resto, sono pronto: dottoressa, iniziano i tuoi guai!

Dovete sapere che non ho le vene, sono così fini da risultare invisibili, la mia classica battuta per scaldare l’ambiente è: ”ma perché, dovevo portarle? Purtroppo le ho lasciate a casa!”, anche stavolta funziona, dopo la risatina inizia a fare tentativi… dopo cinque minuti ha provato entrambe le braccia, i polsi, le mani, “dev’essere un bel problema per lei, di solito dove gliele fanno?” “nell’interno braccio!” poi per non deluderla troppo “ma ci provano almeno tre o quattro volte, è una tortura” “ok, ricominciamo”, prende il braccio e mentre pompo se l’avvicina al petto (non cercate risvolti hard, era così ansiosa di dimostrare la sua bravura che non ricordava più di avere un corpo), avete mai provato a pompare la mano, senza aprirla troppo? È difficile, ma dovevo riuscirci, se tornando alla realtà avesse trovato due dita che gingillavano un capezzolo, che figura avrei fatto?

“Eccola!!” si era preparata tutto l’armamentario per sbrigarsi e non perdere l’attimo fuggente. Ettolitri di sangue entrano nelle provette, forse si è avvantaggiata anche per la prossima volta,

“ha visto? Ci sono riuscita al primo colpo!”

Beh, ammettiamolo, in effetti era vero.

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