Si svegliò di soprassalto, sudato, spaventato, in lacrime. Si lanciò fuori dal letto, a petto nudo, indossava solo le braghe del pigiama. Calzò le pantofole e, con le lacrime che colavano sul viso offuscandogli la vista, corse sul ponte della nave. Scese la scala che dal castello di comando conduceva giù fino al ponte, barcollò, incespicò, ma alla fine le sue pantofole toccarono il metallo della superficie della nave e poi giù una corsa disperata fino alla prua. Non c’era anima viva, solo il rumore del mare agitato dalle onde gonfiate dal vento. Non sapeva se era giorno o notte, non riusciva a capirlo, c’era uno strano riflesso viola filtrato dalle nubi nere.

Giorgio guardava quel cupo orizzonte a cui si erano aggiunti dei fulmini rossi, con il rimorso che lo prendeva per la gola. Non smetteva di piangere, solo, appoggiato alla paratia di prua, attorniato da un silenzio irreale. Prese così la decisione di buttarsi in quell’acqua scura, farla finita, troppe colpe impedivano il fluire della vita. In piedi, in bilico sul bordo della prua era pronto al suo estremo gesto. Tentò di buttarsi, fece più tentativi, ma con sua grande sorpresa una forza che faceva da barriera tra lui e il mare, lo trattenne. All’ultimo tentativo cadde, come spinto, sulla schiena sul freddo metallo del ponte. Con mille domande in testa e il cuore che batteva a mille, percepì che non era più solo; c’era qualcun altro con lui sul ponte.

Si girò di scatto e vide lui: il capitano della nave Louis Charon, proprio dietro le sue spalle. Come avesse fatto a essere lì era un mistero. Le pupille dei suoi occhi erano come due maelstrom, dentro cui la mente di Giorgio si perdeva non riuscendo più a elaborare un pensiero, un atto di volontà.

«Non puoi scappare dalla mia nave!» disse la voce cavernosa di Louis Charon.

«P…pe…perché? Ch…che succede?» domandò con la voce strozzata dall’emozione e dalle lacrime Giorgio.

«Non c’è perdono, perché non lo hai chiesto. Ora è tardi dobbiamo proseguire il nostro viaggio, andare…sarai torturato dal tuo rimorso.» 

Giorgio non capì quello che stava dicendo il capitano Charon, si limitò a squittire con un filo di voce:

«Andare do…dove?» 

«Guarda stolto!» la voce imperiosa del capitano Charon suonò come il rimbombo di un tuono.

Giorgio rivolse lo sguardo all’orizzonte: la luce viola aveva lasciato il posto a lampi rosso sangue, le nubi nere ruotavano attorno a quella che sembrava una montagna di fuoco, un vulcano probabilmente, ai suoi piedi un’ombra dalle fattezze simil umane, ma che i sensi percepivano come qualcosa di mostruoso, alta e imponente quanto un palazzo si stagliava nella luce infuocata. La nave sembrava distante, ma quell’ombra, la cui vista metteva i brividi, era già entrata nella psiche ormai compromessa di Giorgio, il quale preso da un furore demoniaco cominciò a deformarsi in mille convulsioni e a ridere. Una risata folle, disperata si perse nel rumore dei tuoni, sotto gli occhi profondi come un abisso nero di Louis Charon.

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