Poema cavalleresco imbizzarrito e sbizzarrito, dove il suono conta più della correttezza grammaticale e, talvolta, persino del significato. Letture demenziali da taschino per allitterati e illetterati, da leggersi solennemente ad alta voce. Tra Rabelais, Dario Fo e l’Ecologica Spurghi.

 

Erculeo Toninazzi, Quinto Erede Maggiore della Casata dei Minfonia, sedette sul cucuzzolo del suo cavallo e imbracciava la lancia in resta, suvvia dicendo:

«Marpioni marpionazzi, vi arpionerò i marimbazzi!»

E così la battaglia cominciò a trafugare. Sparirono i corpi dei vivi e si materializzarono tanti morti che l'erede non credeva né ai suoi occhi né ai pidocchi dei suoi soldati. Eppure gli aveva lodati per il loro sciabolar di spade, spiedini e spatafiozzi.

Urbinò la battaglia per ore e giorni, fino a quando le lodi di Erculeo non vinsero sui nemici acerrimi, che caddero come additati dall'accendino infuocato dei fuchi fatui.

Morbegno Fatality, primo principe del principato dei Vizi Desaviati, fu districato dal suo cavallo, che imbizzarrì e lo lasciò sul terreno lascivo e morente.

«Oibò», fece l'Erculeo, «Vi abbiò pietade di Voialtri».

E accussì lo lasciò in vita l'infingardo. Che però arpionò il suo spiedino da taschino e vi cercò di trafiggere l'Erculeo di Minfonia, che gli bombardò il cervelletto con l'alabarda, ed ello ivi morì.

Nelli anfratti e nei corridoi scalinati del Palazzo Castellato dei Minfonia vi albergavano i più grandi capoccia e capocchia del Regno, pieno di legni, alabarde e stendardi stesi sullo stendino ivi capitonnati.

Ecco che i paesani, gozzovigliati dalla vittoria dell’Erculeo sul Fatality, accorserso in masse e in mazza verso il Castello Palazziale, urlando:

«Oibò! Oibò! Vinsìmmo! Vinsìmmo la guerra!»

E accussì l’Erculeo, gongolando, gorgogliò e disse:

«Silenzio, astanti! Alziamo le aste della vittoria. E Vittorio sia!»

Vittorino Malbuzio, penultimo Duca Ascurgico e Menzionato dell’Onore di Minfonia, detto Franco, disse:

«Sia lode al Re e ode alla Reggina! Festòn! Festòn!»

Così tutti i capoccia e poracci fecero baldoria da marimbazzi.

Eppure, durante il festòn, ove tutti bevettero e mangiassero, ecco che... ai, aia!

L’Erculeo è stato avvelenato da un veneno primordiale, infido e sbrocolante!

L’Erculeo sbrodolava dalla bocca un liquido verde e cussì corsero a chiamare maghi, streghe, stregoni e milfone per adoperarsi alla cura, ma ello si privò dei sensi e tacque.

Dall’alibi dei cieli arrivò un grasso dracone, accavallato da una stregona panzona e marpiona.

Ella parlò:

«Haha! Adesso tu ci ha la maledizione della minzione! Costretto sarai a menzionare ogni minzione che accorrerà alla toeletta! Al bagno sarai condannato!»

E sparì nell’aere attraverso il condotto d’aerazione, sgasando il dracone.

L’erculeo si ravvivò e si ravvedette l’uccellagione e cominziò a minzionare senza ivi fermarsi.

La festona decalcò e cadde. Fu dichiarata decaduta dai capoccia e 100 giorni di burbero silenzio vennero appostati al pueblo untìdo jamas serà vencìdo.

I maghi armeggiarono con bachi, bruchi e cachi al fine di pozionare una pozione salvifica per l’erculeo. Ma nulla vi risultò in funzione per ridurne la minzione.

Fu accussì che Lo Smargiasso Primo di Montalcino, figlio di Troglodan e padre dell’Irsuto Orbognizio Mardovaldo di Sbofognazzi, si manifestò.

«Aarrgh! Aaargh! Sono io il suddetto capitano di tutti i machi del regno! Il Mago dei Machi sono!»

Appena lo smargiasso sbofonchiò la sua possenza, vi cadette un lampadario sulla sua testa e si incendiò il mantello e il manto dermico del Maco dei Machi.

Dall’orrore ello si sentì maturo come un caco e la fiamma divampò.

«Aiuto! Aiuto! Al lupo! Al lupo!» ello cridò.

Il grido fu cussì sguaiato che l’Erculeo lo sgridò:

«Orbunque si facci silenzio! Mi porga la medesina per curarne la minzione.»

Il Maco tirò fuori un quadernetto dalla turgida copertina e blaterò:

«Abbra cadavera! Abbra cadavera! Sia l’ebbro sbronzo di cotanta maledizione! L’ebbro perda la lebbra!»

Ma la maledizione non si fermò.

Sul pavimento, inveze, si firmò la Streca cattiva con un firmamento magico che disse:

«Solo la morte della Strecazza salverà l’Erculeo dalla maledetta incudine minzionifera.»

I grandi del regno si riunirono, ivi compresi, per trovare una soluzione al problema insoluto.

Si sedettero alla tavola rotonda sul mare e il primo a porgere il suo sederozzo sulla seggia fu Crapulone Marognazzi Primo di Marzabò, detto l’Eunuco.

Poi si asseggiolò Odoacre Infausto, figlio di Minferlone Settimo Odore di Prugne.

Accanto a lui vi seggiò Catapulzio Berbetò, Duca Conte del Marchesato dei Figlistei, e alla sua destra sudava asseggiolato il Principe Strauss di Vipiteno, Ultimo Mannaro di Tor Ramenna.

Assieme deliberarono una profezia matriarcale:

«La Stregazza s’a da essere debellata in loco nel suo Castellazzo di Marzapanne.»

Nel momento più solenne, arguzio e Minfonico, il tavolo si ruppe la gamba e crepò spacannando in mille pezzi le falangi dei piedi dei grandi Mangiafave dell’irsuto Regno.

«Ai! Ai!» fecero i madrigali.

Ordunque venne profferito verbo di mettere al rogo l’ebanista! Il marmista e il falegname!

Poi i Cavaleros vestirono i panni dell’arme, delle armi e dell’armature e partirono con al seguito possenti eserciti per esacerbare la Strecazza al di fuori del suo bisunto Castellame.

Al loro seguito vi erano cavalieri, catafratti, catafalchi e catupulzie pronte a strigare l’esercito della striga e falla ivi cadere dalle sue torri di mosto.

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