Non so cosa scrivere. Non è banale. Cioè, qui si devono pubblicare racconti e io non so cosa scrivere. Guardo il cursore che lampeggia sulla pagina bianca e penso. Quindi sono. OK, brutta battuta.

La realtà è che penso alla soluzione definitiva, all'assenza di idee: penso a un evento vissuto. In genere deve essere vissuto dallo scrittore, cioè io, e vai che qualcosa viene giù.

Oggi ho accompagnato mio fratello a una visita oncologica e poi l'ho riportato a casa.

No… Non funziona.

A parte che chi legge si deprime, perché si domanda: «Ma il fratello di questo cretino che scrive è realmente malato?». La risposta è sì e, visto che si tratta di una visita oncologica, potete anche immaginare qual è il male.

Anche se «oggi ho accompagnato mio fratello a una visita oncologica e poi l'ho riportato a casa», in linea di massima, racconta tutto. C'è l'inizio, c'è la fine e mio fratello è ancora vivo.

Infatti non è morto, e non è solo per essere lapalissiano che lo riferisco: proprio non è ancora morto. Chissà quante cose posso raccontare quando lo accompagnerò alla chemioterapia.

Il problema è che è un racconto troppo breve: mancano i dettagli.

Rivediamo cosa raccontare.

Era circa mezzogiorno e mezza, mi sono alzato e sono andato da mio fratello nell'altra stanza. Lui si prepara, poi va in bagno, esce più sollevato di prima e poi usciamo.

Attraversiamo la strada, arrivo alla mia macchina, un'auto verde, giapponese, del 2016, comprata usata non lontano da qui. Al semaforo c'è un concessionario che…

OK…

Ok, forse sto esagerando con i dettagli.

Rivediamolo daccapo.

Era circa mezzogiorno e mezza, mi sono alzato e sono andato da mio fratello nell'altra stanza (fin qui ok), lui si prepara, poi va in bagno, esce più sollevato di prima e poi usciamo.

Attraversiamo la strada e arriviamo alla mia macchina, un'auto verde giapponese (diciamo che ci fermiamo qui), entriamo.

Sebbene sia settembre, il tempo ha deciso che la temperatura deve essere quella tipica di luglio, quindi, quando entriamo in macchina, abbiamo la strana sensazione di essere dentro un forno.

Sistemo lo specchietto e mi sembra di vedere, con la coda dell'occhio, Hansel e Gretel che cercano di scappare.

(A questo punto il lettore dovrebbe ridere. Non ride? Vengo a casa vostra con una pistola. Ora ridete?

Bravi.

Basta ridere, non era poi così bella.)

Metto in moto, vado in retromarcia, esco dal parcheggio, arrivo al semaforo, giro a destra e poi dritto fino alla rotonda e…

Ok, troppi dettagli.

Ricominciamo da Hansel e Gretel.

Metto in moto, esco dal parcheggio e ci avviamo.

(Siamo in due, io e mio fratello, ma guido solo io, quindi ad avviarci siamo in due, ma a mettere in moto… Era comprensibile? Sicuri?

Ok, allora continuo.)

Ora dovete sapere che trovare traffico è normale. Trovare una coda così lunga, però, non lo è.

O è mio fratello a portare sfiga, oppure è successo qualcosa.

Tutte e due.

C'era un camion rovesciato e mio fratello viaggia con me, quindi, se non ci fosse stato lui, non sarebbe successo niente.

Logica perfetta.

Il problema è il genio che mi precedeva, perché, siccome sua mamma ha come attività quella nota per essere la più antica del mondo, l'arte meglio nota come meretricio, aveva deciso di stare a metà strada, con mezza auto su una corsia e l'altra metà sull'altra corsia.

Così si è formata la coda anche nell'altra direzione.

La quantità di santi che sono stati scomodati nel mentre era tale che un calendario non sarebbe bastato.

Arriviamo infine, dopo lunghi e infiniti tormenti, al camion rovesciato e poi…

Il nulla.

Il nulla cosmico.

No, la strada non si è trasformata nello spazio ignoto dove non c'è assolutamente nulla. No, nel senso che tutte le auto che fino a quel momento erano in coda erano scomparse.

Il che ci fa domandare: «Dove diavolo sono finite?».

Quale spiegazione universale esiste per il fatto che le auto superano il camion rovesciato e poi scompaiono, manco fosse il Triangolo delle Bermuda?

Già mi immagino i saggi e i racconti sul «Triangolo di Busto Arsizio», dove scompaiono le auto.

Fatto sta che, siccome ho la strada libera, delle altre auto non mi frega più di tanto, a ben vedere, e quindi procedo fino all'ospedale.

Lascio l'auto in un parcheggio e accompagno mio fratello in un reparto che sta vicino a quello delle malattie infettive.

Entriamo. Lui, mio fratello, si annuncia alla reception, gli dicono di aspettare e io mi accomodo a destra.

C'è un muro, con una porta. Oltre la porta, delle sedie e, dopo qualche metro, il muro non esiste più. Si interrompe e, al posto del muro, c'è il corridoio da cui sono entrato.

Perché cavolo ho usato la porta?

Ma soprattutto, chi è il genio che ha costruito un muro per lasciarlo a metà?

Dopo un po' mio fratello ritorna. Nella sala d'aspetto c'era una TV e guardavo la fiction che stavano trasmettendo.

Cosa ne sarà della donna che scappa con i bambini?

In realtà, non vedo l'ora di tornare a casa.

Usciamo e torniamo all'auto.

A mio fratello hanno spostato la chemioterapia: i valori del sangue sono sballati. Gli hanno prescritto degli antibiotici.

Gli antibiotici salveranno mio fratello?

Non lo so.

So che, quando sono tornato, una tizia in Panda, per girare a sinistra, è andata talmente a destra che quasi mi veniva addosso.

Ora so che, se vai all'ospedale di Busto Arsizio, l'importante non è essere leone o gazzella.

L'importante è che c'è una cazzo di FIAT Panda gialla che cerca di buttarti fuori strada.

Ecco il problema. 

Sì, ora il racconto funziona. Più o meno. Sì è nato il racconto. Per adesso va bene così. I lettori si accontenteranno. Ha un inizio, una fine e poi lascia la porta aperta a tante interpretazioni. Sì è una scusa per non scrivere un finale che sia un finale, ma santo cielo se lo fa Nolan in un suo film è un genio se lo faccio io sbaglio? Ecco va bene così.

 

Fine.

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