Deve brillare ogni mobile, ogni angolo; il pavimento deve luccicare. Ci si deve mettere con le ginocchia a terra per acchiappare ogni singolo granello di polvere. Il portone va passato dentro e fuori con un panno umido, almeno una volta alla settimana. Gli scaffali della cucina vanno svuotati e risistemati ogni quindici giorni. Appena mangiato, dopo il riordino, va passato l’aspirapolvere sotto il tavolo; i bagni puliti ogni giorno, com'è naturale. Tutto va riportato al più presto all’ordine originario.

Ecco un elenco minimo della routine che comporta il prendersi cura della propria abitazione, tralasciando quel mondo a parte costituito dalle pesanti incombenze legate alla manutenzione di tutto ciò che si indossa. Ho faticato a piegare il mio corpo alle numerose necessità della casa, la cui cura richiede un impegno quotidiano di almeno quattro ore. Allungarsi per togliere una ragnatela in un angolino del soffitto, piegare da sola grandi lenzuola, raccogliere continuamente oggetti da terra... sono di fatto degli efficaci esercizi che non sfigurerebbero in un moderno programma di preparazione atletica.

È stato faticoso all’inizio. Forse lo è stato in modo particolare per me, perché io non nasco agile. Ero rigida, goffa, l'andatura rilassata. Poi, quando il silenzio intorno a me si è fatto definitivo, è avvenuto il cambiamento. Avevo capito che non ero per le mezze misure: o tutto o niente. Una notte feci un sogno. Non ricordo il contenuto; so solamente che, dalla notte di quel sogno, sono diventata all’improvviso un’eccellente casalinga.

Le amiche mi ammirano. Certamente alle mie spalle mi danno della maniaca, ma davanti mi tessono le lodi. A me, di come gli altri tengono il luogo in cui mangiano e dormono non interessa per niente. Io lo faccio per me. Perché la casa ripaga ogni sforzo, la casa non tradisce. 

Ricordo bene il giorno in cui mia madre, seduta davanti a me, cominciò a dare i primi segni di demenza. Io, disperata, vagavo con lo sguardo in cerca di un’uscita di emergenza. Fissavo sconsolata il pavimento. Poi, il lindore delle piastrelle, incastonate tra linee di fuga candide, mi diede la forza di alzare gli occhi da terra, fino a raggiungere l’espressione da naufraga di mia madre e ad offrirle un approdo nella tempesta.

La casa c’è sempre. Che mi diano pure della maniaca, le amiche. Intanto, casa mia è un luogo a cui ricorrono spesso.

Diana e le altre sono rimaste sbalordite dalla mia recente decisione di mettere in vendita la mia amatissima dimora. Anche con la propria abitazione si può arrivare a un punto di saturazione. La mia non mi emoziona più. Ho quasi la certezza che sia morta, o perlomeno moribonda. Non emette più rumori, quei normali rumori che fanno le case, come scricchiolare dentro i muri nel silenzio della notte: è la casa che, a modo suo, ci parla.

Di segnali della sua probabile dipartita ne ho osservati parecchi: macchie indelebili sulle pareti, fiori freschi nei vasi che non durano più di un giorno, alimenti nel frigorifero che vanno a male nel giro di poche ore. Io so che gli oggetti possono morire. A un certo punto si spengono, perdono peso specifico, diventano gusci opachi, e non si può far nulla. Parlo di una morte intima delle cose, di quando ti accorgi che esse appartengono a un altro mondo rispetto al tuo e non hanno con te più nessun legame.

Alle mie amiche ho detto che la casa è diventata troppo grande per me. Visto che ora sono sola, ho deciso di acquistare un bilocale in centro. Vorrei trasferirmi prima dell’arrivo dell’autunno. Non avrò difficoltà a vendere la mia casa morta: è morta per me, non è detto che lo sia per gli altri.

– Un appartamento tenuto in modo perfetto, complimenti. 
Il signor Biondi, l’agente immobiliare, dopo un mese dalla mia richiesta finalmente oggi è qui. Mentre gira per le stanze, io rimango ferma sempre nel medesimo punto, per coprire l’angolo in cui è comparso il primo segno di malattia mortale: una specie di muffa color fango, resistente a qualsiasi trattamento, fiorita una mattina sulla parete che separa il soggiorno dalla cucina. Stamattina, poco prima del suo arrivo, ho coperto la macchia con della pittura bianca. So, però, che è solo un tocco di maquillage. Non reggerà a lungo.

È appena uscito il Biondi e io mi riaccanisco sulla macchia, rispuntata in tutto il suo grigiore. Vorrei lasciare la casa in uno stato perfetto. Mentre provo a cancellare quel neo con un prodotto nuovo, mi viene in mente che potrei anche tentare di rianimare il mio appartamento, non certo per me, ma per il prossimo proprietario. Si tratta pur sempre del luogo che mi ha accolto ogni giorno per trent'anni.

So che la prima cosa da fare è trovare il centro dell’oggetto che si intende riportare in vita. Se trovassi la vena principale che percorre internamente la casa, arriverei al suo cuore compatto. Mi dispiace un po’ scavare nelle sue viscere: in fondo è un oltraggio. Ai malati, però, spesso si chiede di rinunciare alla propria dignità; lo farò per il suo bene.

Scavo l’intonaco intorno alla macchia, nel punto in cui la malattia ha indebolito il muro. Aiutata da un martello, in ginocchio sul pavimento, creo un buco e poi una galleria dal diametro di un bicchiere. Per una volta non mi importa dei calcinacci e della polvere rossa che mi imbratta i vestiti. Ci infilo la mano, sento che sul fondo si apre un'intercapedine, uno spazio libero, e più in là comincia un secondo muro. Allargo con pazienza il foro, finché diventa ampio a sufficienza per far passare il mio corpo. Mi infilo in quella ferita della casa e mi ritrovo, senza grandi sforzi, dall’altra parte. La mascherina mi protegge la bocca, ma i capelli sono carichi di detriti e polvere di mattone. L’odore intimo delle mura mi avvolge: è strano, diverso da tutto, ma non spiacevole.

Riesco a stare in piedi tra la parete interna e quella esterna. Ma da qui non ci si può muovere. Provo più volte a scavare i fianchi della nicchia che mi contiene di misura, ma sembrano fatti d’acciaio. Niente da fare. Non ho nulla da rimproverarmi, ci ho provato.

Non ci sarà un lieto fine. La macchia che ho sul petto, sotto la camicetta, è la fotocopia di quella del muro, stesso color fango. Non vale la pena accanirsi. Tuttavia, in questa tragedia ho avuto fortuna: non potevo sperare di finire in un posto migliore di questo, cioè dietro le quinte del mio palcoscenico privato.

La mia casa risorgerà: i nuovi proprietari la sventreranno e la riporteranno in vita, ristrutturandola completamente. Avrò tutto il tempo per fondermi con essa e diventare parte della sua struttura interna. In questi anni di alacre lavoro domestico non ho fatto altro che abbellire, senza saperlo, il mio personale mausoleo. Da qui, dalla mia nicchia, continuerò a dominare l’intero spazio domestico. Non mi serve altro.

Spero solo che la nuova sera che avanza mi incoroni al più presto Regina.

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