C'era un tempo in cui nel mio quartiere il passare delle auto era un evento raro.

Noi ragazzi potevamo giocare a palla in mezzo alla strada, usando due lattine di Fanta per delimitare la porta. In estate eravamo tutti fuori a divertirci, incuranti del caldo umido. Ci si riuniva al parchetto e, fatte le squadre, si andava a giocare.

«Tira forte!» gridava Andrea.

Io gli davo retta e, inevitabilmente, la palla disegnava una parabola e finiva nel giardino della signora Rita, una simpatica vecchietta canuta che però diventava scorbutica quando la palla gli finiva sui fiori. Come quella volta.

«Sei uno scarpone!» mi gridavano gli avversari.

«E adesso?» Andrea mi guardava storto, soffiando via il ricciolo scuro appiccicato alla fronte dal sudore.

«Adesso vado a suonare il campanello e le chiedo se ci restituisce il pallone.»

«Sarà la decima volta che lo buttiamo da lei.» Diede un calcio a un sasso. «Stavolta ce lo buca.»

«Già, ce l'ha promesso.»

Mi sedetti sul basso marciapiede. «Che facciamo adesso?»

Andrea socchiuse gli occhi e si guardò intorno. Poi sorrise. «Facciamo una gara in bicicletta. Con il rumore.»

Lo fissai perplesso. «In che senso, con il rumore?»

Andrea gonfiò il petto. «Mettiamo una cartolina tra i raggi della ruota, fissata con una molletta, e poi pedaliamo forte.»

Andrea aveva sempre l'idea giusta.

Mi alzai di scatto. «Che bello!» e massaggiandomi il mento riflettei a voce alta. «Ma dove la trovo una cartolina da usare?»

«La prendi a tua madre. Ne avrà sicuramente. Come le mollette.»

Per le mollette non c'era problema. Per una cartolina, invece...

Alcune gliele aveva mandate papà durante i suoi viaggi di lavoro; altre arrivavano dai nonni e dagli zii.

Mamma ci teneva.

Come fare? «Ci penso e poi ti dirò. Adesso vado a casa.»

«Bene. Io avviso gli altri. Facciamo la gara stasera. Come premio mettiamo delle biglie di vetro.»

«Un bel premio.»

Giocare a biglie mi piaceva, ma spesso ne perdevo durante le gare. Vincerne qualcuna mi avrebbe fatto comodo. In bicicletta ero piuttosto veloce.

Andrea mi gridò dietro mentre mi allontanavo dopo aver salutato gli altri. «Se non metti la cartolina non puoi partecipare!»

Già. Dovevo trovare una soluzione.

Andai a casa e cercai mia madre. «Ciao mamma, come sei bella oggi.» Sorrisi a 32 denti.

«Anzi, stupenda!»

Lei si voltò verso di me e si mise le mani sui fianchi.

I suoi occhi azzurri brillavano. «Che cosa hai rotto stavolta?»

Alzai le mani. «Io? Niente... per ora.»

Mamma mi squadrò, arricciò il naso poco convinta e riprese a pulire.

Mi sedetti sulla sedia della cucina e la seguii con lo sguardo. «Non ti serve una mano?»

«No, stai tranquillo.»

«Sicura?»

Posò lo strofinaccio e si avvicinò. Mi fissò negli occhi e mi scompigliò i capelli.

Aveva un buon profumo.

«Che cosa c'è? Di cosa hai bisogno?»

Sospirai. «Mi servono una molletta e una cartolina.»

Le accarezzai una guancia. «Me ne puoi dare una? Ne hai tante.»

«Per la molletta non c'è problema. Ma la cartolina a che ti serve?»

«Per fare rumore.»

Lei aggrottò la fronte. «Che significa?»

Presi coraggio e sfoderai il mio sorriso più innocente. «La fissiamo tra i raggi della bici con una molletta e, quando pedaliamo, fa rumore come una moto.»

«Capisco.»

Sorrise. «Mi spiace, ma se usi una cartolina così, la rovini.»

Abbassai le spalle.

Me l'aspettavo. «Non ne hai una che non ti piace?»

Mamma guardò il soffitto per qualche secondo. Poi sorrise.

Andò in soggiorno, aprì alcuni cassetti e tornò con una grande cartolina.

Me la porse. Era un po' sciupata. Raffigurava una montagna con prati verdi e alcune caprette.

La girai. Sul retro lessi: "Con affetto, tuo Armando."

«Chi è Armando?»

Mamma rise. «Un ex mio spasimante. L'ho conosciuto prima di tuo padre.»

Mi fece l'occhiolino. «Tuo padre non lo sopportava. E poi a me la montagna non è mai piaciuta.»

Mi prese il viso tra le mani e mi diede un bacio. «Fanne buon uso.»

L'abbracciai forte.

Presi la molletta e corsi in garage a preparare la bicicletta per la sfida. Sentivo già nelle tasche il dolce peso delle biglie che avrei vinto.

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