Mi chiamo Carla e ho 55 anni, mio marito Mario, pensionato, 63.

Quando mi annunciò che voleva lasciarmi per una ballerina brasiliana, pronunciò il suo nome, Ortensia, con un rispetto oserei dire tropicale.

Non piansi. Non gli tirai un mestolo solo perché era troppo lontano e poi non ho mai amato i gesti eclatanti.

Lo guardai meglio: per un attimo vidi un uomo sudato, non più giovane, che ballava samba e bachata circondato da piume colorate. Poi tornò lui: pancia da benessere sedentario, cervicale del codardo, colorito da frigorifero aperto e mento sporco di sugo.

Disse che con lei si sentiva vivo.

Come no, vivissimo, detto da uno che prendeva tre tisane la sera, russava come una mietitrebbia e aveva un portapillole più organizzato del catasto cittadino.

Mentre lo ascoltavo, pensavo: “Io questo lo uccido”.

Si fa presto a dire uccido. Cornuta sì, ma non stupida. 

Non volevo finire su “Chi l’ha visto?” o “Quarto Grado”, mentre Sciarelli o Nuzzi dichiaravano con aria grave: “I vicini la descrivevano come una donna tranquilla, una moglie esemplare”.

Che poi è l’insulto supremo per chi ha passato trent’anni a sopportare un cretino.

Ogni notte dormiva accanto a me con l’innocenza bovina di chi tradisce con metodo e poi russa pure. Io lo guardavo nel buio e gli assegnavo morti diverse, una più elegante dell’altra.

 

Il veleno. 

Lui prendeva quattordici integratori al giorno. 

Pensai: "Ne altero le dosi, creo un inferno biochimico".

Ma Jessica Fletcher mi fermò subito: “Davvero? Vuoi che il medico legale e i RIS di Parma scrivano che è deceduto per eccesso di prevenzione? Sarebbe ridicolo, quasi quanto lui. E poi ci vorrebbero anni per farlo schiattare”.

Scartato.

 

L’incidente. 

Farlo inciampare e precipitare dalle scale.

L’idea era tendere del filo da pesca invisibile tra uno scalino e l’altro. Sapevo che in garage ce n’era una bobina intera che puzzava di sardina sotto sale. Per sicurezza avrei manomesso anche il timer della luce in cantina. Al buio si sarebbe impigliato nel filo, avrebbe fatto un passo falso e… Patapunfete, cranio aperto in due. Destinazione: Purgatorio!

“Ottimo” commentò Miss Marple. “Un uomo cade dalle scale e i carabinieri trovano un filo che puzza di pesce uguale a quello che tieni nascosto in garage. Poi esaminano il DNA sul timer e tu sei bella e fregata, ragazza. Ti vedo già mentre spieghi al giudice l’incidente ittico‑domestico”.

Anche questo, scartato.

 

La scossa. 

Il phon cade per caso nella vasca da bagno: scintille, puzza di maiale alla griglia, una breve danza elettrica e fine. Stop. Game over.

Peccato che lui non facesse un bagno dal 1998. Solo docce rapide e guardinghe, come un uomo in fuga. Con la mia solita fortuna sarebbe saltato il salvavita e, con lui, la corrente in tutto il condominio.

Stavolta intervenne Sherlock Holmes in persona: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”.

Tradotto: il fedifrago sarebbe uscito dal bagno insaponato e imbufalito, ma vivo e vegeto, pronto a peggiorare la mia giornata.

No, non si poteva fare.

 

Un cuscino sul volto. 

Mi alzavo di notte, prendevo il mio cuscino, lo premevo sul suo volto e mi ci sedevo sopra. Lo ascoltavo morire mentre dormiva o dormire mentre moriva. Il risultato era lo stesso.

Però c’era un problema: a letto lui si muoveva come un’anguilla, russava di traverso col labbro aperto, il cerotto sul naso, la canotta slabbrata e il pigiama di flanella arrotolato sulla pancia.

Questa volta arrivò Hercule Poirot e fu spietato: “Voulez‑vous vraiment entrer dans l’histoire comme celle qui a étouffé son mari en sous vêtements élastiques et en débardeur?”* 

C’era un limite anche alla vendetta.

 

Poi arrivò la svolta.

Ero in cucina. Lo guardai stravaccato in salotto, chino sul cellulare. La nuca grigiastra e sudaticcia gli si increspava sul colletto della camicia. Era intento a scrivere frasi sdolcinate a Ortensia. E fu allora che capii tutto.

Il delitto perfetto non era farlo sparire, era lasciarlo andare.

Vidi il futuro con una chiarezza quasi mistica. Ortensia che si prendeva il pacchetto completo. Ortensia che scopriva la mietitrebbia notturna. Ortensia che ascoltava per la millesima volta la storia della cena del ’98 in cui lui aveva “quasi” conosciuto un attore famoso. Ortensia che cercava di esibirsi nella capoeira mentre lui le chiedeva dove fosse finito il collutorio per le gengive sensibili.

La ballerina brasiliana non era più una rivale, ma la mia discarica esotica autorizzata.

Quando il giorno dopo disse che se ne andava, fui di una calma professionale. 

Tirai fuori la valigia grande, quella del viaggio di nozze e che andava anche in aereo, gli piegai le camicie, ci infilai l’apparecchio per l’aerosol, la crema per i calli, il beauty‑case, le tisane e pure il caricabatterie.

Ogni oggetto stipato era un omicidio mancato che si trasformava in trionfo amministrativo. Ogni zip chiusa era un pezzo di pazienza che mi veniva restituito.

“Tutto qui?” Chiese lui, quasi deluso dal mancato dramma.

“No” risposi chiudendo la valigia, “controlla di avere anche la dignità, anche se temo sia già a casa di Ortensia, a fare la fila dietro il tuo magnesio”.

Quando uscì, immaginai Ortensia tra sei mesi. La vidi danzare la bossa nova con un principio di sfinimento negli occhi. Un giorno, pensai, la voce fuori campo di “Chi l’ha visto?” avrebbe parlato di lei come di una donna scomparsa nel nulla, forse fuggita.

I vicini intervistati li avrebbero descritti così: “Lei una ragazza giovane e solare, lui un pensionato apprensivo”.

Sono in cucina. Socchiudo gli occhi e sorrido. Mangio un semifreddo duro come il marmo, ma ha il sapore dolcissimo della libertà.

 

 

* “Vuole davvero passare alla storia come quella che ha soffocato il marito in mutande elastiche e canottiera?"

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