Dimenticare il mondo in un eremo, dimenticare il mondo in un faro o nella stanza segreta dei propri sogni, raccogliersi in una bolla di sapone per rimanere soli con sé stessi… difficile ma potenzialmente stupendo.

La pioggia battente ha aperto le danze in questo inizio di giorno indeciso e accende pensieri inaspettati, fa compagnia ai battiti di un cuore un po' ribelle che a volte vorrebbe ma non può, irrompe nel silenzio solito del mattino quasi a voler ripulire il mondo.

Da bambini, inconsapevoli ma felici, si anestetizzava questo evento naturale con un “piove piove la gatta non si muove” ecc.

Si trovava l’allegria negli stivaletti di gomma colorati pronti a sfidare mille pozzanghere giocose, mentre una mamma della serie “brava brava Mariarosa” (solo i vintage come la sottoscritta lo capiranno) ti infiocchettava la partenza per la scuola con l’immancabile ciambellone e latte caldo.

Ai tempi non serviva l’eremo, non si desiderava il faro né sigillarsi in una bolla di sapone, c’erano la pioggia, il sole, la scuola, i compiti, la merenda, il minestrone caldo della sera e poi a letto dopo Carosello, con il bacio della buonanotte di due genitori senza SUV e senza smartphone.

Nostalgia di un passato troppo idealizzato?

Voglia di tornar bambini per godersi le caramelle al miele che il mondo offriva e dimenticare le pillole amare della vita adulta?

Troppe domande, troppi punti interrogativi quando quelli esclamativi faticano a decollare e la penna diventa avara di apostrofi rosa.

Rosa come i primi cinguettii di passerotti urbani che danno il cambio al battere della pioggia che sembra voler concedere una piccola tregua.

Chissà che si dicono questi uccellini ignari delle note storte dell’umanità, insistono, fanno deliziose varianti sul tema mentre ancora i vicini non sfogano i loro umori sulle innocenti porte di casa.

Come diceva qualche giorno fa un abitante di Facebook che prima o poi vorrei disertare: “Una volta ci si svegliava con il canto del gallo, ora impietosamente accade con la gestione mattutina dei cassonetti urbani.”

Considerazione simpatica, ironica, ma anche tremendamente triste.

Stamane ancora non sono arrivati fra i regali dell’urbe, per ora solo un concertino di passerotti appena inquinato dai primi ruggiti dei motori del popolo che lavora e consuma, consuma e poi lavora, ecc. ecc. 

Il faro è lontano, l’eremo è fattibile ma non nell’immediato, la bolla di sapone forse è fuori commercio, magari i bimbi di oggi neppure sanno cos’è, nel frattempo la pioggia sembra essere diventata clemente.

E ricaschiamo nel cappuccio e cornetto che non c’è, nel cavaliere di casa che non esce all’alba per portartelo con affetto ed empatia, nella prima carezza di una scodella antica colma di cereali fumanti.

Santa pazienza!  Mi colloco volontariamente nel girone dei golosi psicologici e metto a riposo la mia penna impazzita e un po' stanca.

Intanto mi irrompe birichino un altrettanto pazzo pensiero: ma dove potrei trovare ancora quei mai dimenticati aggeggi che generavano bolle di sapone?

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