Mentre piano piano sprofondava nel sonno, ebbe una nuova visione: qualcosa si muoveva nel muro. Poi lo rivedeva come in un film uscire dal piccolo buco impossibile, troppo stretto perché potesse passarci qualcuno. Invece ne usciva quella figura, alta, irreale, come se non appartenesse davvero a questo mondo. Poi si sfregava gli occhi e si rendeva conto che era solo la stanchezza.

Prese sonno solo al mattino, verso le sei e doveva andare a scuola dopo solo un’ora. La madre chiamò a scuola dicendo che Marco non stava bene e che ci sarebbe andato il giorno dopo.
Quella notte Marco dormì sul divano, con sua madre su una poltrona.

La mattina dopo in classe raccontò tutto, ma nessuno gli credette.
«Sarà stato un sogno.»

«Hai mangiato troppo a cena», gli disse Giacomo, un suo compagno.
«È solo fantasia.»

Eppure non lo era.

Dormì di nuovo sul divano e non successe nulla. La mattina si dimenticato tutto e per lui fu un giorno felice e spensierato.

La notte dopo però sentì ancora quella voce nella stanza:

«Io sono l’Uomo Ombra e ogni sera uscirò da quel buco nella parete. Tu avrai paura, oh sì che avrai paura… perché io mi nutro della tua paura e sarà sempre così.»

La voce era roca, pareva venire da chissà quale profondità della terra. Non era una voce di questo mondo, certamente non umana. Dopo aver pronunciato quelle parole, la figura si girò verso di lui, ma Marco continuava a non vederne il volto: solo la sagoma nera e un grande cappello, simile a quelli dei cowboy dei film western.
Infine la “cosa” aprì la finestra e scomparve nella notte.

Marco urlò e sua madre accorse.
«Se non stai bene bisogna fare qualcosa… Hai bisogno di aiuto.»
Ma mentre lo diceva pensava a tutt’altro: Marco era grande ormai, era un giovanotto e non poteva avere ancora quelle paure. Il giorno dopo avrebbe chiamato un suo amico medico, forse avrebbe potuto aiutare suo figlio.

Il ragazzo però sapeva che l’Uomo Ombra non era un personaggio di una favola, ma non avrebbe mai potuto convincere sua madre. Sapeva che l’Uomo Ombra era ancora lì. Nei muri, nei boschi, nelle ombre…

Così un giorno andò a casa di Giulia e suonò.
«Se non mi credi tu, non mi crederà nessuno», le disse.
«Non so come aiutarti, raccontami tutto.»

Per la prima volta si sentì meno solo. Le raccontò tutto: il buco nel muro, la figura nera, la voce roca… Parlava a bassa voce, come se temesse che le pareti potessero ascoltarlo.  Giulia non lo interruppe. Non rise.

«Forse», disse lei alla fine, «non è venuto per spaventarti.»

La guardò, sorpreso.

«E allora perché esce solo di notte?»

Giulia si alzò e si avvicinò alla parete della camera. Posò la mano sul muro. Era freddo.

«Perché vive nelle paure», rispose. «E queste aumentano quando le nascondi.»

Quella notte nella sua stanza ripensò alle parole di Giulia. Non accese la luce, restò seduto sul letto con gli occhi aperti. Il rumore tornò: lo scalpiccio e il graffio.
L’ombra uscì di nuovo, lenta, silenziosa, ma questa volta Marco non scappò.

«So che sei lì», disse, con voce tremante.

L’Uomo Ombra si fermò e, per la prima volta, si chinò su di lui.
C'era di nuovo quell’odore fetido.
Pensò a Giulia, a Giovanni, alle risate, alla vergogna. Pensò alla paura di essere visto per quello che era e alzò lo sguardo.

L’ombra si assottigliò e il cappello cadde a terra senza fare rumore. Poi anche il resto svanì, come buio al sole.

Al mattino il buco nel muro non c’era più.

Marco uscì di casa senza voltarsi indietro. 

Le ombre c’erano ancora e ovunque, ma non avevano più un nome.

E, soprattutto, non avevano più potere su di lui.

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