Quel che sia, non la si sopravvaluti, la coabitazione, che è ben distante dalla convivenza. Coatti o signorili siano quelli che la praticano, la base di ogni coabitazione è la condivisione, coatta o meno. Ragioniamo sul dualismo, vi è un’innegabile differenza qualitativa: nella convivenza si condividono progetti, sogni, umori e sentimenti, in una parola la vita. Nella coabitazione al massimo desco e tavoletta del wc. Tuttavia, quanto siamo mutevoli, non solo nell’uso della tavoletta beninteso: chi la vuole su chi la vuole giù, dicono dipenda dal sesso dell’inquilino, esattamente come il passo di ballo. Quanto siamo mutevoli nel nostro ménage, intendo: quante convivenze degradano verso la coabitazione, e non di rado gioiosamente accade il contrario… Ad ogni modo, scultoreo rimanga il rapporto di genere e specie: chi coabita non necessariamente convive, mentre chi convive per forza di cosa (anche) coabita. 

E qua sgorga il dilemma. La convivenza è il viatico dell’amore, o ne è almeno fondamenta o sistema muscolare. Ma siamo sicuri che l’amore si concili con la coabitazione? Badate bene, l’abitare fa il paio con l’abito, l’abitare è quindi qualcosa che indossiamo ed è qualcosa di cui ci si comincia ad abituare: abitare significa abituarsi a stare lì. Epperò quante volte si sostiene che l’amore è diventato abitudine: sì, dai, ammettilo, tu non l’ami più, le vuoi bene, o forse nemmeno quello, insomma quello che provi è un metodico affetto, un’affettuosa abitudine – che poi se tutte le nostre consuetudini fossero animate dai buoni sentimenti, nulla sarebbe da imputarci – insomma non è più amore, o almeno non è vero amore, vero nel senso di autentico, certificabile, verificabile, brevettato e distribuito. No. Non è vero amore, è solo abitudine.

Questo vuol forse dire che due persone che si amano non possono abitare assieme? E questo perché il loro amore diverrebbe inesorabilmente abitudine o perché il solo fatto che abitino assieme comporta che già non si amano più? 

E’ forse il vero amore solo quello impossibile, clandestino, l’amore consumato all’ombra dei tigli odorosi, l’amore che non è pianificazione né scadenziario, bensì empito e fragore, quell’amore in cui spasimi anche per un solo attimo rubato o per un istante concesso, quell’amore che urleresti alla luna in persona attendendone una risposta e seguitando a interrogarti sul perché gli astri tutti non si mettano a danzare nell’universo per celebrare il tuo fremito e sul perché non ti designino quale direttore d’orchestra nel ricamo di una ballata celeste?

Parlar d’amore non era nei miei intenti, mi si creda, e del resto come lo si fa ad accostare a convivenza e coabitazione, che giuocoforza risentono di limiti e perimetri che invece l’amore non sopporta? 

L’amore fluttua tra mari e rovi, tra creste e steppe. Non ha confini e non ne potrebbe avere, figuriamoci pareti e mobilio. L’amore non ha forma né corpo, esiste a prescindere, c’è anche se non si vede. Non è urbanizzabile insomma. Non vi si pagano tasse, non è ipotecabile. Non è permutabile né scambiabile. L’amore di scambio è al massimo un problema ferroviario. 

L’amore non si importa né si esporta, eppure importa a tutti. 

Si potesse misurare il prodotto interno lordo con l’amore, quante aziende lo smercerebbero, quanti impianti verrebbero riconvertiti, quanti missili dismessi. 

Il mondo va così purtroppo: si convive non solo con le persone, ma anche con le misere verità. 

 

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