L’altro si voltò (il poliziotto ebbe la fugace visione di un volto adolescenziale) e accelerò l’andatura.
La folla, tuttavia, fece loro ala e Cogliati poté distinguere un giubbotto viola e due scarpe da ginnastica giallo acceso, come quelle di Topolino.
Passamontagna si voltò di nuovo.
Forse era sorpreso di vedere che quell’energumeno vestito da Babbo Natale non demordeva, forse si rendeva conto di averla fatta più grossa di quanto pensasse, fatto sta che imboccò una via semideserta, dove non poteva più nascondersi tra la gente.
Cogliati cercò di lanciare un altro avvertimento, ma gli uscì solo una specie di sibilo. Meglio risparmiare il fiato, tanto più che - ora che il ragazzo non poteva più contare sull’agilità del suo gioco a zigzag - stava guadagnando terreno.
Stava iniziando a nevicare sul serio, e mentre gli scarponi da Babbo Natale facevano presa sull’asfalto, le improbabili calzature del ragazzo scivolavano con facilità. Il poliziotto lo vide slittare un paio di volte, mantenere l’equilibrio miracolosamente e riprendere la corsa, ma la distanza tra i due diminuiva.
Passamontagna raggiunse il Piazzale della Stazione Ferroviaria e si fermò. Ormai tra lui e il suo inseguitore c’erano solo cento metri.
Cogliati urlò di nuovo e il ragazzo scattò via nuovamente.
Senz’altro intendeva infilarsi tra la folla che andava e veniva dalla Stazione, ma, per farlo, avrebbe dovuto attraversare la piazza in diagonale, mentre a Cogliati bastava seguire una linea retta - e così il poliziotto fece.
Tagliò la strada al ragazzo, estrasse il distintivo e urlò per la terza volta: «Polizia!».
Il ragazzo si fermò, slittò, quasi cadde e si precipitò sul lato destro della stazione, dove si trovava un’ampia area incolta, circondata da una rete metallica.
Cogliati imprecò.
Quella era la zona abbandonata, piena di erbacce, ruderi e sterpaglia, che, secondo il nuovo PGT, avrebbe dovuto ospitare i nuovi edifici amministrativi delle Ferrovie dello Stato. Dietro c’era la baraccopoli ancora da spianare. 
Passamontagna raggiunse la rete e prese ad arrampicarsi. Giunto a metà altezza, lasciò cadere la barba finta.
Cogliati esitò un istante. Non aveva più fiato, non aveva più vent’anni e aveva passato troppo tempo nello stanzino dell’autoparco per potersi considerare allenato. Soprattutto, inseguire dei balordi che si divertivano a strappare barbe finte ai finti Babbi Natale non era una vera operazione di polizia.
Tuttavia lui era pur sempre un poliziotto con un incarico e quell’incarico era tutto ciò che aveva.
Lanciando maledizioni poco adeguate all’abito che indossava, il Cogliati raggiunse la rete metallica e si arrampicò.
Giunto in cima, udì una lacerazione e avvertì un dolore alla gamba sinistra.
Manco a dirlo, aveva strappato il costume e si era procurato un bel graffio.
Domandandosi se avesse fatto il richiamo all’antitetanica e se gli avrebbero addebitato il costume, si lasciò cadere dall’altra parte.
E piombò nell’oscurità quasi completa.
Naturale. La luce dei lampioni non penetrava nell’intrico della boscaglia e quelle erbacce, di qualunque specie fossero, si tenevano le foglie ben attaccate ai rami.
Per fortuna la neve diffondeva un po’ di chiarore.
Neve, sissignore. Bella fitta, come non cadeva da anni. Il tempo adatto per Babbo Natale.
Ecco per terra il passamontagna rosso e nero del De–come–cavolo–si–chiama.
Evidentemente il ragazzo si era accorto che Cogliati avrebbe potuto riconoscerlo grazie ad esso.
Come se non bastassero il giubbotto viola e le scarpe gialle come quelle di Topolino.
Cogliati si chinò a raccoglierlo e il bruciore alla gamba raddoppiò. Un bel graffio, altroché. Ferita per causa di servizio. Stavolta non avrebbe passato il Natale al centralino, carenza o non carenza d’organico.
Scrutò le tenebre davanti a sé, tastando il costume alla ricerca di una torcia elettrica e avvertendo solo il peso familiare della pistola.
Si chiese di nuovo che cosa avrebbe fatto se avesse acciuffato il ragazzo.
Oh be’, era chiaro, no? Adattarsi, improvvisare e raggiungere lo scopo.
Fece qualche passo, zoppicando leggermente, e si accorse che gli bastava seguire il passaggio che il ragazzo aveva aperto nella vegetazione.
Avanzò. Proprio come un maledetto marine nella maledetta giu... Udì un ringhio alla sua destra.
Pian piano, si voltò senza vedere nulla. Abbassò lo sguardo. Ancora. E ancora.
Un cane. Un incrocio tra un bassotto rognoso e un terrier che lo guardava con occhi carichi d’odio, scintillanti, e con le zanne snudate.
L’antico terrore prosciugò tutto il calore che il Cogliati aveva accumulato durante l’inseguimento. Il sudore gli si gelò addosso.
Ma quello non era un collie e il Cogliati non era più un bambino... «E questa...» disse mentre la bestiaccia lo guardava con ferocia «... non è una scacciacani».
Lentamente, il Cogliati estrasse la pistola.
Il cane – mezzo metro di lunghezza per trenta centimetri alla spalla, occhio e croce – non parve impressionato.
Anzi, i ringhi aumentarono con un curioso, dissonante effetto stereo.
Cogliati volse lo sguardo tutt’intorno intravedendo, nel buio del bosco, almeno sei paia d’occhi luminosi e famelici. Le sagome irsute, nel fioco riverbero della neve, s’indovinavano, più che vedersi.
Il poliziotto deglutì, accorgendosi di non aver armato l’arma e rendendosi conto che, poco prima, quando si era tastato alla ricerca della torcia elettrica, non aveva trovato il cellulare.
Qualcosa di molto più grosso di qualunque cane, una massa enorme larga come un barile e che camminava su due gambe si fece strada nel bosco, oscurando la poca luce che vi penetrava.

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