Fu allora che lo vidi. 

Marco era là, appoggiato al bancone, con il gomito piegato e lo sguardo perso in un bicchiere di vino. 

Mi colpì come non fosse cambiato poi tanto: i tratti più scavati, i capelli ingrigiti, ma quello sguardo, quello era sempre lo stesso.

Il cuore sussultò. Sentii improvvisamente la voglia di chiarire quel malinteso che ci aveva divisi per quarant’anni. Non era stata colpa sua, non era stata colpa mia: eravamo solo bambini. 

Era grottesco che da allora nessuno dei due avesse avuto il coraggio di dire semplicemente che non era niente più di una sciocchezza.

Respirai a fondo, presi coraggio e mossi i primi passi. Volevo dirgli tutto: che non avevo mai voluto accusarlo, che quella parola era uscita per scherzo e che da allora non avevo fatto altro che portarmi dietro quell’enorme peso…
Quando però gli fui abbastanza vicino, Marco alzò lentamente lo sguardo. 

I nostri occhi s'incrociarono per un istante e in quello sguardo lessi tutto: la diffidenza, il ricordo e anche la stessa voglia di lasciar perdere. 

Poi di colpo lui si voltò dall’altra parte, come se non mi avesse visto.

Io rimasi lì, in piedi, col fiato sospeso e il passo a mezz’aria. Sentii un gelo scendere nello stomaco. Feci un mezzo sorriso forzato e, come se nulla fosse, ordinai un caffè.
Non ci parlammo mai.

Da allora ho capito che alcune fratture restano aperte per sempre, sia che si tratti di un evento mondiale, sia che riguardi una piccola cosa come questa.

 

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