All’improvviso un rumore distante, simile a una voce umana, un canto femminile soffocato, raggiunse le sue orecchie.
Seguendo il suono, Luca salì altre scale. Aprì una prima porta: una piccola camera modesta, con un letto singolo e un semplice armadio, probabilmente destinati all’autista. Le due stanze successive invece erano identiche tra loro: camere sontuose con letti a baldacchino in legno massiccio, pesanti tendaggi e mobili d’epoca. 

«Perché due camere da letto se l’uomo vive da solo?» si chiese inquieto.
Una di esse doveva essere di una donna. Aveva una toilette in legno rosato con un grande specchio. Sopra c'erano alcune spazzole disposte alla rinfusa come se fossero state usate un minuto prima.

Guardò le coperte del letto sfatto come appena lasciato e, prima di uscire dalla stanza, si fosse data una sistemata ai capelli.

Il canto proveniva dalla torre e gli parve logico che fosse la stessa donna della stanza in cui si trovava. In fondo al corridoio scorse una scala a chiocciola. Con il cuore in gola, salì i gradini polverosi fino a trovarsi davanti a una porta di legno scuro. La voce, ora più chiara, era senza dubbio femminile.

Stava per afferrare la maniglia della soffitta della torre quando un rumore lo gelò: il rombo della Cadillac nel cortile. Il padrone di casa era tornato.
Doveva fuggire. Tornò sui suoi passim per scendere fino allo scantinato prima che il proprietario della casa lo intercettasse. 

Proprio in quel momento però un improvviso boato metallico provenne dal salone: un vecchio paravento era caduto fragorosamente, forse spinto da una corrente d’aria.
Il rumore distolse l’uomo, che Luca intravide mentre si precipitava verso la sala. Era la sua unica occasione.

Senza esitare, tornò di corsa alla scala a chiocciola, raggiunse la porta e la spalancò.
La soffitta era immersa in una luce lattiginosa filtrata da un lucernario sporco. Al centro, una tavola di legno con sopra un vecchio grammofono che girava lentamente, emettendo il canto malinconico che lo aveva attirato: una registrazione graffiata, struggente.

Accanto, una poltrona sfondata e un baule aperto con abiti d’epoca: vestiti da sera, guanti di seta, cappelli ornati di piume…
Appoggiato su una sedia, un ritratto mostrava una ragazza dal volto pallido, incredibilmente simile all’uomo: stessi occhi grigi, stessi lineamenti, come un suo alter ego.

Dietro la cornice, un biglietto ingiallito: “Per non dimenticare la mia amata sorella, condannata al silenzio eterno.” Sotto, una dedica con firma: “Dal tuo amato fratello, Roderick Usher”.
Il cuore di Luca martellava. Non era un fantasma, ma il ricordo ossessivo di una donna morta che l’uomo cercava di tenere in vita attraverso la musica e l’eco della sua voce. 

Sulla soglia della stanza comparve l’uomo.
«Cosa ci fai qua, ragazzo?», il tono era quasi canzonatorio.
«Tu… sei… Usher?» balbettò Luca, come se pronunciare il nome potesse rendere reale l’orrore.

L’uomo inclinò appena la testa, un sorriso che non raggiungeva gli occhi. 

«Ahah… Non sono lui ma ho fatto di tutto per diventarlo: ho studiato ogni parola, ogni gesto, ogni ombra della mente di Roderick e l’ho fatta mia. Volevo vivere nella sua follia... Non c’è spazio per me nel mondo se non dietro questa maschera».

La stanza parve restringersi, le pareti pulsavano, l’aria si era fatta carica di una presenza che si insinuava nel corpo e nella mente di Luca, come se cercasse di avvolgerlo, di trascinarlo nel suo delirio.
«Sei… pazzo», disse Luca con voce tremante.

«Pazzo?» sussurrò l’uomo, avanzando di un passo, «Forse, ma la mia follia è un’arte. Ogni giorno mi specchio in Usher, e vengo qui a ricordare mia sorella Madelaine… Questa è la vera vita, in completa simbiosi con un personaggio che ora esiste grazie al mio sangue, alla mia pelle e ai miei organi.»

Luca, paralizzato, sentì il respiro dell’ossessione come un vento gelido sul collo. Non c’era fuga possibile: il volto che guardava non era più solo umano, era il riflesso deformato di una mente che aveva scelto di fondersi con la leggenda, di diventare il suo stesso incubo.

«Ma ora è tardi… Ormai hai scoperto il mio segreto e non posso permettere che tu vada là fuori!»

Allungò le mani cercando di afferrargli la gola, ma Luca con uno scarto riuscì a raggiungere un candeliere acceso e lo scagliò in faccia a quella creatura impazzita.

Fuggì correndo dalla stanza, senza accorgersi che il pesante candeliere aveva tramortito l’uomo, per poi finire contro le tende.

Quando fu fuori vide i riflessi rossastri del fuoco divampato nella torre. Bastarono pochi minuti perché l’intera villa s'incendiasse. In mezzo a tutte quelle fiamme gli parve di scorgere delle ombre che si muovevano scomposte.

Alla fine quell’uomo aveva coronato il sogno di ogni attore: quello di essersi trasformato nella copia in carne e sangue di un personaggio di carta e inchiostro. La sua fine era stata come quella del racconto di Poe. 

Cosa chiedere di più, pensò Luca.

 

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