Omero tornava al suo rifugio nella colonia dei tempi del Fascio.
Tutti i vetri dei piani superiori erano crollati e il tramonto ci passava attraverso come fuoco tra le griglie di una vecchia stufa.
Il piano inferiore, però, mal protetto da una rete malconcia e seminascosto dalle sterpaglie, cresciute fino a raggiungere i due metri d’altezza, era immerso nelle tenebre.
Omero vide l’uomo con la cicatrice solo quando gli fu vicino.
Lo fissò, proprio come aveva fatto il cuoco, ma più intensamente, e più a lungo.
Un soffio di vento fresco – il sole era tramontato dietro l’Appennino e un po’ d’aria scendeva al mare come un bagnante per il tuffo di mezzanotte – spirò attraverso le camerate deserte della struttura abbandonata.
«Dove sei stato?» chiese il vecchio.
L’uomo con la cicatrice non rispose e chinò il capo. Con un piede disegnava ghirigori nella sabbia che il vento aveva accumulato contro le pareti della colonia, e subito li cancellava
Il vecchio attese, infine parlò «Be’, l’importante è che tu sia tornato».
L’uomo con la cicatrice alzò la testa. Pareva sollevato.
«Non credi che sia ora di andare?» disse l’uomo che chiamavano Omero.
L’uomo con la cicatrice annuì, ma, quando l’altro si mosse, gli fece cenno di attendere.
Con una mano afferrò lo sfregio, come se si trattasse di una cerniera, e cominciò a strapparsi via la faccia. «Scusa» disse «Ma non ne potevo più. Mi dava proprio fastidio».

Il cuoco sostenne di non essere sorpreso dalla scomparsa di Omero. Le ricerche non durarono molto, ma ci furono. Anche se era un senzatetto, in paese il vecchio era noto e qualche domanda in giro i Carabinieri dovevano pur farla, se non altro per salvare le apparenze.
No, non aveva notato nulla di insolito, diceva il cuoco a che gli lo chiedeva. No, il vecchio non aveva detto nulla di strano. «Secondo me si è semplicemente stufato» concludeva «uno non può passare la vita avanti e indietro, avanti e indietro nello stesso posto, aggrappato a... be’, prima o poi arriva il momento in cui uno se ne deve andare».
Come spiegazione ci stava e Omero si meritò anche lui il suo trafiletto sul "Corriere di Romagna”, ma solo uno e solo quello. La gente non leggeva i giornali come un tempo.
Il cuoco ripeté la sua versione dei fatti un altro paio di volte, poi nessuno gli chiese più nulla. Stava arrivando l’autunno.
Non disse mai quello che aveva visto quella mattina, l’alba immediatamente successiva alla scomparsa di Omero, quando, come obbedendo a un’antica abitudine, o a un presagio, era sceso alla spiaggia a rassettare la sabbia, proprio come quando era lui, e non suo figlio, a gestire il bagno.
Due file di orme parallele, una di un bambino e l’altra di un adulto, con un piede storto, come se fosse zoppo, che correvano lungo la spiaggia, subito cancellate dall’andirivieni placido delle onde.

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