Giuseppe chiuse la valigia, guardò il suo letto perfettamente rifatto, le mensole con i modellini di aereoplani che aveva collezionato con tanto impegno e il letto di suo fratello Mario. Quella stanza gli era sempre sembrata piccolissima per due persone, ma ora gli pareva bellissima. Si sedette sul letto e pensò di non essere pronto a partire: lì dove stava andando nessuno avrebbe saputo nulla di lui, della sua storia, di chi era.

“Qui tutti sanno tutto di tutti”. Questo pensiero, sempre vissuto come un peso, all'improvviso gli apparve rassicurante. Si sentì sfinito e gli venne voglia di mettersi a letto. Pensò a sua madre e a cosa avrebbe fatto senza di lui. Doveva partire, lo voleva da sempre eppure, per la prima volta, pensò che voleva anche rimanere. Una nebbia gli confondeva il cervello e non riusciva a decidersi né a muoversi né a disfare la valigia. Al nord aveva un bel lavoro ad attenderlo, il colloquio era andato così bene che lo avevano assunto subito. Avrebbe fatto quello per cui aveva studiato, ma non si sarebbe pentito di lasciare tutto il suo mondo a casa? Ripensò alla sua vita fino ad allora, gli vennero in mente le facce dei suoi amici, le ragazze che aveva baciato, ragazze del sud col sole negli occhi. E al nord? Cosa avranno negli occhi?

Non riusciva ad alzarsi, eppure doveva, doveva partire. Era il suo sogno: vivere in una grande città, lo aveva sempre desiderato ma era incapace anche solo di fare un passo. L’ondata di mare del suo passato lo schiaffeggiava e lo ributtava a terra, come quando nuotava contro corrente e aveva bisogno di tutta la sua forza per poter andare avanti. Strinse i pugni. Quelle sicurezze che si era costruito nella sua breve esistenza gli parvero preziosissime. Voleva rimanere lì. Si immaginò rifiutare il lavoro, tuffarsi nella sua vita di sempre col sale tra i capelli, ma avvertì l’ombra dell’ indolenza pigra di certi uomini del suo paese. Sapeva che si celava anche dentro di lui e che bastava poco per farle prendere il sopravvento. Si immaginò a ciabattare e a lamentarsi di tutto con il rimpianto negli occhi. Afferrò la valigia e irruppe in corridoio. Sua madre gli venne incontro: “Ma non puoi partire domani? Ho fatto le melanzane”. L' abbracciò stretta e accennò un sorriso forzato: “Ho il treno. Quando torno, me le rifai”.

Sua madre aveva le lacrime agli occhi: “Ma partire così, di corsa…”

“Stai tranquilla mamma ci sentiamo stasera.”

“E va bene, la Madonna ti accompagna, cuore mio. Totò, accompagna a Pippinu.”

Suo padre si affacciò alla porta. “Ma di già te ne devi andare? Non potevi partire stasera?”

“Preferisco ora papà, così ho il tempo di sistemarmi. Mi passa a prendere Giacomo e mi porta lui alla stazione. Statti tranquillo.” Si abbracciarono e si guardarono negli occhi. Giuseppe vi lesse un disagio che non gli conosceva. Suo padre, sempre allegro e con una risposta per tutto, ora gli pareva un bambino che si era perso. Quello smarrimento gli fece più male che se gli avesse mostrato rancore o rimprovero. Un macigno alla bocca dello stomaco gli toglieva il fiato. Avrebbe voluto dire ai suoi genitori che li amava e invece gli uscì solo: “Ci vediamo presto”.

Si precipitò giù per le scale come se non fosse lui a compiere quei gesti, si sentiva staccato dal suo corpo. Il viaggio verso la stazione fu altrettanto doloroso: con Giacomo erano stati migliori amici da sempre, gli parlava scherzosamente ma si vedeva che soffriva a vederlo andar via. Si salutarono con la promessa di telefonarsi al più presto.

Si sedette in treno, solo. Le lacrime iniziarono a scorrere senza che potesse farci nulla. Più annaffiava le guance, più si sentiva spossato. Il treno uscì da una lunga galleria e si tuffò in un paesaggio collinoso e soleggiato. Giuseppe si calmò. Per un attimo ebbe la certezza di aver fatto la cosa giusta e che il cuore sapeva dove stava andando anche se non dimenticava da dove veniva. Sentì la forza tornargli e il sangue scorrere con forza nelle vene. Guardò fuori e, per la prima volta da quando si era svegliato quella mattina, sorrise.

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