Nel parchetto comunale, ogni pomeriggio, va in scena un piccolo miracolo naturale: la convivenza di creature che, in un mondo sensato, non dovrebbero neanche incrociarsi.

Seduto sulla panchina, Ercole, ottantasei anni, ex capotreno, occhio liquido e pazienza evaporata da tempo, osservava tutto come un reduce che ha visto cose peggiori del traffico urbano. Accanto a lui c’era il nipote Kevin.

Diciannove anni, jeans consumati extra-over-size, cappuccio della felpa in testa, chewing gum in modalità percussione elettronica. Lo faceva schioccare con un cic-ciac irritante e ritmico.
“Bro, sta giornata è già cringe,” annunciò, con un “ciac” secco, come se stesse dando un bollettino meteorologico.

Ercole sospirò.
“Smettila con quella gomma. Sembri un orologio a cucù difettoso.”
Poi aggiunse: “Cringe? Ai miei tempi si chiamava sfortuna, e basta.”

Kevin non lo ascoltò. Stava osservando la gente come fossero NPC mal programmati.

Lia, figlia di Ercole e madre di Kevin, arrivò trafelata dal viale. Foulard storto, borsa della spesa che rimbalzava sul fianco. Dietro di lei, Gabriele, fratello dodicenne di Kevin: muto, perfetto, identico a lei. Una fotocopia in formato bambino.

“Eccoci… scusate… ha finito ORA la scuola a tempo pieno. Oggi meditazione, ginnastica, cerchio delle emozioni… sono sfinita!”

Ercole annuì senza interesse. Sapeva che il vero spettacolo stava per cominciare.

E infatti.

Tric. Trac. Tatatrac.
Il passo inconfondibile.

L’arrivo delle nonne liftate.

Il parco pullulava di vita: bambini che urlavano, padri che facevano finta di leggere il giornale e un piccione obeso che osservava tutto con lo stesso disprezzo di Ercole.

Tre signore sulla settantina abbondante, volto liscio e roseo come  palle da bowling, profumo dolciastro, minigonne colorate e piumino-bomber in latex. Ognuna spingeva un passeggino come fosse un carrello da Formula 1. Ciascuna esibiva il nipotino come un biglietto da visita.

Ercole sbuffò.
“Eccole. Le assatanate dalle gambe secche.”

Kevin si pietrificò.
“Bro… bro… ma queste da dove escono? Sono glitchate. Te lo giuro.”

“Glitch-che?” ripeté Ercole.
“Parla italiano, per Dio.”

“Tipo… fuori patch. Un update bloccato nel 1992.”
Ercole annuì lentamente.
“Sono ferme al ’92, sì. E anche al ’74. E anche al ’61.”

La bionda capobranco puntò la panchina e si avventò con un sorriso tirato.
“Ercooole! Tesoro, sei ancora vivo!”

“Ancora vivo sì. Ma non grazie alle tue visite,” ribatté lui, con un mezzo ghigno che tagliava l’aria come una baionetta.

Poi vide Kevin.
“Ma guarda che bel giovanottooo. E il tuo nipotino? Vieni qui che ti faccio un selfie col bimbo!”

Kevin indietreggiò terrorizzato.
“NO bro. No. No selfie. No patch. No niente.”

Lia si ritrovò nel mezzo del fuoco incrociato, stringendo la borsa a tracolla come fosse un talismano.
“Signore mie,” cercò di dire con voce pacifica, “forse dovremmo rispettare lo spazio sacro del corpo e l’energia di Kevin.”

La capobranco la ignorò con la grazia di un carro armato.

Gabriele, intanto, si era posizionato accanto a un cespuglio. Guardò la scena, poi scosse la testa con aria da monaco taoista.

Da lontano arrivò trafelata la figlia della liftata, madre del bambino nel passeggino, con la disperazione nelle narici.
“Mamma! Quante volte te lo devo dire?! Basta usare mio figlio come calamita per pensionati benestanti!”

La nonna ignorò tutto.
“Tesorooo, vieni qui! Lo mando al gruppo WhatsApp delle Amiche della canasta!”

La figlia si coprì il volto con una mano.
“Ogni volta… ogni santa volta…”

Ercole osservò la scena come un tifoso anziano davanti a una partita già vista mille volte.
“Questa,” mormorò, “è propaganda da guerra.”

Kevin non sapeva dove guardare.
“Bro… questa roba è full random. Non è reale. Giuro. È tipo… uncanny valley versione nonne.”

“Un-cosa?” borbottò Ercole.
“Tipo… inquietante ma non pericolosa.”

Ercole scosse la testa.
“Pericolosa eccome. Quelle ti puntano e ti prosciugano. Ho visto uomini più giovani di me perdere la pensione in un pomeriggio.”

Kevin scoppiò a ridere.

Ercole lo seguì, ridendo come non gli succedeva da mesi.
La stessa scena, due visioni opposte, ma la risata identica.
Un piccolo miracolo di disfunzione familiare.

Le nonne liftate aumentavano di volume.
Le nuore aumentavano di disperazione.

Lia e Gabriele si erano ritirati a osservare il cadere delle foglie.
Il parco ribolliva di caos, chiacchiere e tentativi di cuccaggio fuori tempo massimo.

Ercole si alzò.
“Kevin, andiamo.”

“Bro… sì, ti prego. Sto per crashare.”

“Crashare? Ai miei tempi si chiamava ‘fuggire’. E la fuggita si faceva solo per cose serie.”

“Questa è seria, nonno. Questa è final boss fight.”

Ercole annuì.
“Forse hai ragione.”

All’uscita del parco si voltò un’ultima volta.
Le nonne liftate brillavano sotto il sole come fregate vintage.
Le nuore litigavano.
Il nipotino piangeva.

Kevin si sistemò la cuffia sotto il cappuccio.
“Nonno… io qua non ci torno mai più.”

Ercole tirò su il bavero.
“Io sì. Ma col casco.”

Kevin ridacchiò.
“Bro… e io con la maschera antigas.”

E se ne andarono ridendo insieme:
l’antico e il moderno, la guerra e il TikToker, la baionetta e la felpa.

Una coppia improbabile.
Ma, almeno per quel pomeriggio, sulla stessa frequenza.

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