“Clementina, torna qui! Vieni a casa, Clementinaaa!”

Sopravvissuta per miracolo a un investimento, la gatta rossa non aveva perso lo spirito di avventura e continuava a tentare la fuga senza capire il terrore di Nora, la sua salvatrice, per le auto che sfrecciavano a tutte le ore. Intanto Martina, l’amica di Nora, si stava godendo un momento di relax seduta al tavolo di cucina, davanti a una tazza di caffè e una rivista.

“Vieni qui Martina, presto: dal balcone è saltata sul tetto della rimessa, adesso come faccio  a riprenderla?”

“Non ti agitare, lo sai che non si muove bene e non riesce a correre: salgo sulla scala alta e vado a prenderla, a me non vengono le vertigini.”

“Nel tuo stato…  neanche per sogno! Chiamiamo Dario.”

La partita era appena terminata e si poteva distogliere il marito di Nora dall’ipnosi televisiva, per riportare la gatta al sicuro e la pace in casa.

Mentre gli chiedeva il favore di salire sul tetto della rimessa per non lasciar correre all’amica il rischio di cadere, Nora colse un rapidissimo sguardo di intesa tra Dario e Martina. Fu attraversata da una scarica elettrica e in quell’istante seppe la verità, come un  fulmine a ciel sereno.

L’innamorato misterioso che la sua amica andava a incontrare in un’altra città e in due anni non aveva ancora avuto modo di presentarle, quel bastardo sparito alla notizia del bambino in arrivo, proprio adesso che non aveva un lavoro stabile e stava per essere sfrattata, esisteva solo nella sua immaginazione. Quell’uomo in realtà era Dario. Suo marito era il padre del bambino di Martina.

La forza dell’evidenza la colpì come un pugno alla bocca dello stomaco. Provò un senso di nausea incontrollabile. Poi, stranamente, invece di sentir montare la rabbia o pensare alle conseguenze di un divorzio, il suo cervello iniziò a valutare come sarebbe stata la vita senza di lei, l’amica con cui aveva diviso tutto. Si affollarono insieme i ricordi di Martina che le regalava un pupazzetto buffo o l’aiutava a fare algebra, o di quando avevano imparato, l’una sugli occhi dell’altra, a usare l’eye-liner senza sbavature; i vestiti e le scarpe col tacco nascosti nello zaino per andare qualche volta a ballare il sabato sera, e alla mamma che le vietava tutto diceva che sarebbe rimasta a casa di Martina a dormire; i lunghi anni di demotivazione all’università, quando avrebbe solo voluto trovare un lavoro altrove e andarsene, e Martina che la sosteneva e la spronava a continuare a dare esami, nonostante tutto. Poi erano arrivati la laurea, il lavoro, Dario e la lunga attesa per liberare l’appartamento dagli inquilini e potersi sposare e uscire finalmente dalla casa dei genitori; e poi altri anni nell’attesa di un figlio che non arrivava. E Martina era sempre stata lì, tranquilla, ad accogliere i suoi sfoghi, ad asciugare le sue lacrime, ad abbracciarla, a farla ridere con qualche pettegolezzo divertente. C’era Martina sempre accanto a lei a farle compagnia, a incoraggiarla durante le lunghe terapie di fecondazione assistita, così dolorose, specie quando si accorgeva che non erano andate a buon fine...

Per niente al mondo Nora avrebbe rinunciato all’amica del cuore, alla sorella che si era scelta. Né al bambino. Si avvicinò a Martina, la guardò negli occhi e la strinse a sé: “È il nostro bambino, tesoro. Lo aspetteremo insieme.”.

 

 

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