Era da tanto tempo che non andavo in macchina nel traffico della mattina. Ormai sono abituata a prendere la metropolitana, a pochi metri dal portone di casa mia, e a riemergere dall'altra parte della città (che, per quanto è diversa, potrebbe anche essere l'altra parte del mondo), senza vedere le strade che ho percorso, senza avere un'idea di quello che si svolge sopra. Il traffico della metropolitana è fatto di borse che non si sa dove mettere, di telefoni, di porte che non si chiudono. Il traffico della strada è diverso. È un traffico più vecchio, quello disordinato e un po' imprevedibile di un semaforo che diventa rosso, di un pedone che attraversa all'improvviso, dove non ci sono le strisce. Oppure un altro pedone, che attraversa dove le strisce ci sono e sembra che ci sia solo lui, invece appena ti fermi ne arrivano altri dieci e non finiscono più di attraversare. E poi stamattina c'era il sole e in macchina non si sentiva neanche il vento, che una volta mi piaceva e adesso mi irrita.

Milano era bella, stamattina. Erano belli i palazzi dei viali della circonvallazione interna, era bello il traffico veloce e disordinato, che è lo stesso da sempre, e veniva da chiedersi se davvero vogliamo eliminare tutto questo per fare spazio ai monopattini e alle biciclette, con il rischio di usarli anche per fare due metri. Il bello della città è di essere diversa dalla campagna, renderla uguale non ha senso. Poi qualcuno può anche preferire la campagna e resta libero di andarci. Io preferisco il mare, ma la mia vita è la città. E allora mi è tornato in mente "Un giorno di pioggia a New York" e Timothée Chalamet che dice: "Senza il monossido di carbonio non sopravvivo".

E niente, mi sa che sono destinata a restare un personaggio di un film di Woody Allen.

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