In memoria di un caro amico

 

Una serata d'inverno come tante, probabilmente l'anno era il 78. Non ricordo con chi. Mio fratello, credo, e qualche altro amico. La solita uscita senza un programma, finita al cinema. L'ultima proiezione era terminata poco dopo la mezzanotte. Fuori era freddo, ma non abbastanza per andare a dormire. Le scelte possibili erano sempre le stesse: una pizza, una birra al Black Cock nella piazzetta della vecchia pescheria, o una paglia e fieno al Coronado, di fronte all'aeroporto.

Quella sera, come tante altre volte, scegliemmo il Pic Nic. Il ristorante, non lontano dal Tempio Malatestiano, che Maurizio aveva aperto più di venti prima era, allora come oggi, un riferimento per tutti noi. Ci andavamo per la pizza o per i maccheroncini delizia. Chi non aveva voglia di aspettare i tempi della cucina ordinava il tris freddo, piatti pronti in mostra nella vetrinetta davanti ai tavoli. Insalata Russa, insalata di pollo, insalata di tonno, fagioli e cipolle. Tanto per star leggeri. Ci andavamo per l'amicizia che ci legava a Maurizio, un burlone che due risate le comprendeva nel menù.

Quella sera il locale era semivuoto, unica presenza nel tavolo centrale, dove ogni scrivania ospita la cassa, un tailleur sopra a una camicetta castigata, che non riusciva a nascondere, o forse non voleva, un'importante misura di reggiseno. Era più di quanto potessimo sperare. Più che sufficiente per catturare la nostra attenzione. Aveva lunghi capelli castani che nascondevano la montatura degli occhiali da vista. Sembrava appena uscita da una riunione di lavoro. Di certo abbiamo fatto battute per attirare la sua attenzione. Una donna carina e sola, all'una di notte a Rimini, ci faceva quasi sentire in colpa. Il maschio di riviera ha doveri precisi. Ma lei sembrava non cercare nulla e noi, finiti gli sterili tentativi di abboccamento, abbiamo perso interesse.

Parlavamo del film appena visto, mentre la notte si faceva piccola. Ricordo che guardavo distrattamente la sala. Maurizio parlava con Roberto, il suo socio magrissimo con grandi orecchie e sguardo mansueto. Un cameriere stava sistemando i tavoli vuoti, segnale di imminente chiusura. All'inizio fu una specie di flash, un movimento impercettibile appena colto. Mi ci volle un po' per capire, poi l'incursore si fece più audace e la notte prese i colori del brivido. Due occhi piccoli come grani di pepe, scrutavano la sala da un minuscolo buco del battiscopa. Fu un attimo, poi sparì. Pensai di avere avuto un abbaglio, ma dopo pochi minuti il topolino si fece più ardito. Uscì allo scoperto e fece qualche rapido passo a zig zag prima di rientrare nella tana. Andò avanti così per un po' facendosi sempre più temerario, fino ad arrivare sotto al tavolo più vicino. Quello della ragazza. Il sorcio aveva un piano preciso, anche se noi non eravamo in grado di comprenderlo.

Guardavamo divertiti la scena, lei non si era accorta di nulla. Immaginavamo di farci una risata quando l'avrebbe visto. Avrebbe urlato, forse sarebbe salita sulla sedia, le avremmo visto le gambe. Qualcuno l'avrebbe consolata, chissà fino a che punto. Insomma, come spesso succedeva, una piccola cosa, all'apparenza senza importanza, cambiava le prospettive di una serata sonnolenta. Ma non avevamo fatto i conti con l'incredibile audacia del sorcio. All'improvviso i fatti presero un'accelerazione micidiale. Il topolino valutò che nessuno intendeva ostacolare il suo progetto, così, dopo qualche altro giro di perlustrazione e annusamento, salì veloce fino al bordo del tavolo per fermarsi dietro al porta pane, di fianco all'oliera. Maurizio continuava la sua conversazione a bassa voce con Roberto, il cameriere era sparito in cucina, noi avevamo gli occhi fissi sul tavolo della ragazza mentre lei, incredibilmente, non si era accorta di nulla. A quel punto, veloce come un fulmine, il topo Lupin, fece la sua mossa. Si arrampicò sull'oliera e ci infilò dentro la coda, poi la tirò fuori per leccarla e di nuovo la immerse nell'olio. La ragazza alzò gli occhi e lo vide. Il colore del suo viso attraversò in rapida successione l'arcobaleno fino a stazionarsi stabilmente sul paonazzo. Gli occhi sbarrati, fissi sull'intruso, raccontavano il suo terrore, i muscoli bloccati della mascella le impedivano di parlare. Il lestofante era visibilmente soddisfatto. La velocità dell'azione, immergo la coda, la estraggo, la lecco, la infilo ancora e via così, era notevole anche per precisione. Forse furono pochi secondi, ma alla ragazza dovevano essere sembrate ore.

Mentre noi non facevamo nulla per soccorrerla, né tantomeno per nascondere le risate che ci facevano piegare in due, lei, sempre impossibilitata a parlare, cercava con una mano di attirare l'attenzione di Maurizio. Lui dopo un po' colse il richiamo. Elegante e sorridente come sempre le si avvicinò, probabilmente pensando che volesse il conto, ma seguendo il dito che indicava l'oliera, notò il portoghese. Allora si fermò di colpo. Si allacciò la giacca di grisaglia, poi con la stessa mano toccò il nodo della cravatta. La sua bocca era ancora chiusa, ma non aveva perso quella caratteristica piega verso l'alto. Quel leggero sorriso preconfezionato non lo abbandonava mai e lasciava intendere che probabilmente ti stava prendendo in giro, qualsiasi cosa dicesse. Dopo pochi dilatatissimi secondi, girò velocemente gli occhi verso di noi, promettendoci, con lo sguardo, che andava a iniziare lo spettacolo. A quel punto si avvicinò alla ragazza mantenendo l'espressione inalterata. Naturalmente fece in modo che noi potessimo sentire quello che le sussurrò all'orecchio:

«Signorina, per cortesia non dica nulla, perché se gli altri clienti se ne accorgono si lamentano».

Ci fu un altro fermo immagine che avrebbe fatto la felicità di un impressionista. Maurizio mantenne gli occhi sul viso della ragazza, il topo non sembrava minimamente turbato dall'arrivo del proprietario. Noi bloccammo le risate risucchiati in una specie di apnea collettiva. La poveretta cercava di trovare un senso a quello che le stava succedendo. Forse il primo pensiero fu quello di essere vittima di uno scherzo, ma l'espressione ambigua di Maurizio non le dava indizi utili. La sua ricerca visiva per trovare una spiegazione al nostro tavolo naufragò contro facce simili a quelle che trovi al museo delle cere. L'unico che dimostrava smaccatamente la propria soddisfazione era il topo che continuava a leccarsi la coda. Credo che lei abbia valutato seriamente l'idea di scappare dal locale, ma cinque uomini che la guardavano senza darle aiuto, evitando di mostrarle alcun tipo di preoccupazione, le fecero ritrovare un minimo di salivazione e l'orgoglio sufficiente a evitarle una fuga che probabilmente immaginava accompagnata da sberleffi di ogni tipo.

«Capisco» disse.

«No signorina, lei non ha capito» replicò Maurizio, mentre la sua espressione passava da cordiale a quasi rimproverante «il problema è che poi lo vogliono tutti al loro tavolo».

«Cosa?» Chiede la ragazza in evidente stato confusionale.

«Il topo, signorina, il topo».

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