Ho attraversato la strada con il semaforo rosso. Sono salito sul marciapiede prima che una Volvo potesse colpirmi. L’aria si è intrisa di nafta. Diretto al numero quaranta. Le tue parole si sono infilate nelle tasche cercando le chiavi di casa.

È come reggere un ponte con una mano sola. Provi a trovare l’equilibrio ma poi ne senti il peso. In questi dieci anni di storia abbiamo dato e ci siamo resi. Arresi forse è la parola giusta. La fretta nel trovare la chiave giusta. Dita sudate. No, è solo ansia. L’ansia di non riuscire a trovarti.

Seduti su un amore che poteva forse travolgere con il suo "per sempre", abbiamo inciampato nei miei pensieri annodati e muti. Non ti ho permesso di raggiungermi. Nessuna via di fuga per noi. L’ascensore guasto. Cinque piani di scale che fanno a cazzotti con la mia asma. La voce della vecchietta del terzo piano. Cerco di nascondermi correndo. Dovrei imparare a considerare che ci sono degli insegnamenti nascosti nelle attese e nelle disattese illusioni. Hai ragione. Ho il fiatone, l’aria non riesce ad entrare nonostante i miei sforzi. La chiave gira ma ci sono tre mandate. Non sei in casa. È troppo tardi. Sul tavolinetto dell’ingresso c’è un libro in bella mostra con un foglietto che spunta. Lo prendo, l’hai lasciato per me. Sono arrivato tardi.

Appoggio la testa al sedile del tram e spero ardentemente che le rotaie mi portino lontano. Nel libro c’è la nostra poesia scritta a mano. E se nel raccontare una storia si cominciasse dalla fine? Dentro ci sei tu. Chiudo il libro.

- Si prega di scendere, corsa terminata.

L’autista indugia ancora un po’ seduto al suo piccolo posto. Io con lui. Guardo la gente che affolla l’uscita del tram. È ormai vuoto, ci scambiamo due occhiate. Mi alzo. Lascio il libro sul sedile sfilando delicatamente la poesia. Qualcuno lo troverà. Per qualcuno ci sarà un nuovo inizio. Un ultimo sguardo. Storie al capolinea. E la mia storia con te finisce sotto una pensilina affollata di stranieri.

 

 

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