Vivono tra le spine e i cardi spinosi dei campi incolti. Li riconosci perché vivono a grappoli e di tanto in tanto escono le loro corna per capitare la temperatura paesaggistica o per sfuggire al troppo calore. Infatti quando sono in acqua per essere bolliti escono fuori dal loro guscio, quasi a voler scappare dalla cottura, e se escono sono vivi e quindi buoni da mangiare. Perché basata che ce ne sia uno morto nel guscio per rovinare il gusto degli altri e quindi certe volte si è costretti a buttarli. Per non incorrere a tale inconveniente, una vota raccolto o acquistato dal fruttivendolo bisogna ben pulirli e lasciarli spurgare per un giorno con un po' di mollica. Man mano che escono le loro corna vengono raccolti in uno scolapasta, in attesa di una finale pulitura per poi essere precipitati nel pentolone con acqua bollente.

Una volta cotti vengono scolati e conditi con prezzemolo aglio e olio, "ccu l'agghiuzza, ogghiu e pitrusinu", o cucinati con il sugo. Il periodo migliore per mangiarli è i primi di luglio tanto che sono una delle pietanze più ricercate dai palermitani per la festa della loro Santuzza, nelle bancarelle del Foro Italico, dove si assiste all'arrivo del carro, nuovo ogni anno, e ai "giochi di fuoco"a mare. Il tutto nobilitato da fiumi di birra " agghiacciata", come agghiacciato deve essere il melone, "u muluni", sempre presente tra le bancarelle popolari, assieme al simenzaro,  che vende ogni tipo
 di semi e frutta secca, o allo sfinciunaru, contento di vendere il suo sfincionellu, al panellaro, venditore di pane e panelle, al turrunaru, venditore di torrone, che offre in diretta la realizzazione della sua specialità  con le nocciole o con il cimino. Poco lontano u purparu, cala il maiolino e u stigghiolaru fa fumu.

Il festino in onore della Santuzza Rosalia si trasforma in una grande mangiata popolare, fra l'allegria e il riconoscimento per essere stati liberati dalla peste qualche secolo fa.

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