Smagliante.
Epiteto attribuibile in egual misura al suo sorriso forzato e alla zip del suo cappotto nuovo di zecca appena insinuatasi nella trama fitta del suo paio di calze nuove di zecca, provocandone una lacerazione da copione (con annessi fattori imprescindibili alla trama – del copione, non delle calze – qual è ad esempio l’aver dimenticato a casa il preventivo paio di ricambio che ora giace sul comodino deprivato della propria ragione d’esistere in quanto accessorio di riserva e si sente inutile e senza uno scopo e decide di suicidarsi gettandosi giù dal succitato mobilio). Lacerazione che come un terremoto sfalda sicurezze e strade a senso unico, imponendo una neonata diramazione, un bivio improvviso: cosa fare? Togliersi di dosso quello sbrindellato indumento, sfidando le intemperie dell’umidiccio quartiere RomabeneRomacentroRomafognaacieloaperto in cui sta passeggiando, o lasciarlo e sfidare quell’altrettanto terribile tempesta che è lo sguardo indiscreto delle persone dinanzi le quali apparire poi come una povera sguaiata?
Ci pensa.
Riflette un istante.
Poi lo fa.
Sfila via le calze.
Meglio buscarsi una bronchite che un disonore.
Dicono.
Attraversa la strada e si avvicina alla fermata. Forse fa ancora in tempo a prendere il bus delle 15:30. La aspettano al centro commerciale, come ogni sabato pomeriggio. C’è sempre qualcuno che aspetta qualcun altro, pensa. Quant’è stupida, la vita. Fatta di attese, di assenze, di vuoti da colmare.
L’iniziale sorriso forzato (divenuto nel frattempo ancor più affettato, artificioso in maniera sì palese da risultare indecoroso quasi quanto la lycra smangiucchiata che ora non indossa più) e la zip del suo cappotto nuovo di zecca non condividono soltanto l’epiteto del primo rigo. Essi infatti hanno in comune un’altra cosa. I denti. Serrati, stoici, in fila. Una muraglia eretta allo scopo di nascondere quanto di più labile lei abbia in verità: una lingua che vorrebbe raccontare ma non può, e due cosce scarne e filiformi pressoché surgelate.
Certo che ne avrebbe, di cose da dire. E’ che son troppe le variabili che minano ogni possibilità di farlo: il ceto sociale, la condizione familiare, il tempo di cui è figlia e quel quartiere dal cui ventre non ha mai chiesto di essere partorita. 
Ma i genitori non ce li scegliamo mica, cretina. Non serve una laurea in biologia per comprendere lo stato effettivo delle cose: non sei altro che il prodotto della fecondazione, mediante riproduzione sessuale, di un gamete femminile da parte di un gamete maschile, accoppiamento durante il quale tu non hai avuto un filo di voce in capitolo. Non hai scelto né l’ovulo né lo sperma, così come non sceglierai la casa in centro in cui abitare, il marito al quale unirti in matrimonio, il lavoro a cui dedicare tempo e il modo in cui sperperare denaro. 
Non hai scelto di percorrere la strada per arrivare nel posto in cui non vorresti andare. E non hai scelto nemmeno il cappotto nuovo di zecca, se ci pensi bene: il mélange di tessuti ti fa cagare, la sfumatura di blu non ne parliamo, persino la zip – a prescindere dal fatto che tu adesso la stia odiando per averti distrutto il paio di calze nuove, ma sticazzi, tanto non ti piacevano neanche quelle, e lo sai – ti disturba, essendo tu amante inconsapevole del bottone. 
Ti hanno fatto credere di avere avuto facoltà di scegliere, il che è decisamente peggio. 
Ti hanno sventagliato davanti al naso un carnet di opzioni, ti hanno rincoglionita di consiglisuggerimentipareriopinioni quanto bastava per non farti accorgere che, sì, erano TUTTE UGUALI. 
Come andare al ristorante e scorrere il dito verticalmente sul foglio lucido e untuoso del menu: pasta in bianco, pasta in bianco, pasta in bianco, pasta in bianco, pasta in bianco. Pasta e pasta. Pasta e basta. E tu lì a far su e giù, strusciando il polpastrello con veemenza, come per sentirti padrona di quelle stesse azioni che ti han stretto la corda intorno al collo già da tempo. E’ un nodo scorsoio, cara mia, e ti consiglio di evitare di provare a liberarti, ché tanto ormai più ti dimeni e più l’ossigeno scarseggia.
Un clacson suona all’improvviso e spazza via ogni traccia dei pensieri polverosi. Ritorna alla realtà, al qui ed ora, alle strisce pedonali nel bel mezzo delle quali è rimasta immobile, incantata, alle prese con le prese di coscienza (Dio, quanto le piacciono le cacofonie. Irriverenti e dispettose come lei invece non sarà mai. E che nessuno si stupisca se ogni tanto cede al lusso di una bruttura grammaticale, se apre troppe parentesi, se crea periodi lunghissimi e tediosi: concedeteglielo, è l’unico sprazzo di delizia e ribellione rimastole).
Basta poco, e la coscienza atavica ha già ceduto nuovamente il posto alla coscienza indotta. Quella condizionata. Quella nient’affatto genuina.
D’altronde, ‘sofisticato’ vuol dire sia ‘elegante’ che ‘contraffatto’. Lei lo sa.
Lei che, ai tempi del liceo, in italiano prendeva sempre dieci. Lei e le sue minuscole rivincite cacofoniche. Dio.
L’autobus sta arrivando. Sale su in fretta, leggera, in contrasto con la pesantezza dell’aria stantia. Odori diversi tra loro si mischiano, si confondo, formano un polpettone acre e vischioso, che in otto fermate (e quaranta minuti buoni di traffico) ha tutto il tempo di appiccicarsi sul cappotto blu. 
Agghindata da sorrisi, cappotti, orecchini, anelli, scarpe, borse e dozzine di altri orpelli molto sofisticati, è pronta per varcare la soglia del centro commerciale. Ad attenderla, altrettante dozzine di altrettanto sofisticati prodotti di sofisticate fecondazioni, mediante sofisticate riproduzioni sessuali, di sofisticati ovuli da parte di sofisticati spermatozoi.
Lei sorride, mentre salgono tutti assieme la prima rampa di scale,
e sorride ancora,
e sorride sorride ancora, mentre salgono la seconda rampa,
e sorride sorride sorridesorridesorride sorrrrrride s-o-r-r-i-d-e ancora,
poi scorge una finestra aperta, dall’alto di quel terzo piano. 
Le succitate dozzine parlano fra loro, una voce sopra l’altra, tutti dicono qualcosa ma è un qualcosa che nessuno ascolta.
Nessuno la nota mentre, silenziosa, si avvicina alla finestra. 
E finalmente capisce perché gli accessori di riserva deprivati della propria ragione d’esistere siano destinati a fare tutti la stessa fine.
Fine. 
(Che vuol dire sia ‘elegante’ che ‘epilogo’. Lei lo sa. 
Tu?)

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