Era sopravvissuto alla guerra del '39 e alle intemperie del tempo, ai numerosi governi e ai loro provvedimenti nel settore edilizio. E rimase in piedi finto ai nostri giorni in tutta la sua possanza architettonica, realizzata dalle pietre, una sull'altra, e le tegole antiche. Aveva un patio con tre colonne di tufo sormontate da una trave di legno. Lì, probabilmente appendevano gli animali per scannarli. Perché un tempo il complesso fu adibito a stalla, con le camere piene di vitelli e mucche e mi ricordo quarant'anni fa zì Vicè faceva ogni mattina la ricotta in un suo pentolone nero per le fiamme del legno secco dei rami d'olivo. Era una festa a vedere dal vivo affiorare la ricotta in superficie e riempire le fascelle di tanta prelibatezza scaturita del latte lavorato caldo caldo. Il casale contava le stagioni: estate autunno inverno primavera e di nuovo estate. Nel tempo rimaneva tutto come prima  fino a quando zì Vicè si ammalò e rimase per anni in un fondo di letto. Nessuno dei suoi figli volle proseguire il lavoro e quella tradizione si perse mentre il vecchio allucinato raccontava di apocalissi agresti dove le donne si abbracceranno agli alberi ed avverrà la fine del mondo. 
Il casale fu abbandonato. Rimasero le mura e la struttura incorruttibile con le stanze adibite solo a deposito di fieno. Un giorno si sentì dire che tutta la proprietà era stata acquistata da un costruttore, che non riuscì ad avere la concessione edilizia per costruire tante ville con piscina o a trasformarlo in un agriturismo. Ma smuovendo le carte si scoprì che tutta la struttura era abusiva. Non ci volle neanche una ricerca storica che diceva che un tempo il casale era stato adibito a sede del Comando Alleato e quindi di grande valore. storico.  Il casale si attorniò di ficodindia selvatici e di spine piene di babbaluci. Rimase per alcun tempo in piedi fin quando una ruspa mandata dal sindaco in carica lo abbattè. Ora c'è un terreno incolto ed abbandonato e si dice che fra gli alberi d'olivo qualcuno abbia sentito la voce di zì Vicè ed un pianto sommesso perché dopo circa cento anni  avevano abbattuto la sua casa.

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