Oggi stranamente Piazza Cavour è quasi deserta, solo un ragazzina con un Fox Terrier al guinzaglio e un anziano signore che passeggia tenendo per mano il suo nipotino.

Non avendo niente da fare e non avendo la minima voglia di rimanere a casa ad incollarmi davanti alla TV, un giro in centro è proprio quello che ci vuole.

Almeno con questa scusa, mi ossigeno il cervello che male non fa.

Mi pento solo di essere uscito con il mio giubbotto in pelle preferito poiché essendo una bella giornata di sole, fa fin troppo caldo.

Quasi quasi me lo tolgo. Ah già, dimenticavo che non posso.

Mi siedo in una panchina, e con lo smarthpone decido di mandare un SMS a Mario, un mio amico, per organizzare in serata un uscita in qualche pub.

Non faccio in tempo a scrivere il messaggio che davanti a me si materializza un uomo dallo sguardo vitreo e inespressivo.

È vestito in maniera molto trasandata, ha una barbaccia incolta, i capelli lunghi e barcolla vistosamente.

Si avvina a pochi centimetri da me e mi osserva con i suoi occhi particolarmente arrossati. Cosa diavolo vuole questo da me?

Si tratta sicuramente di un tossicodipendente che probabilmente vorrà chiedermi soldi.

Rimetto il mio cellulare in tasca.

“Scusa, scusa, avresti qualcosa per me? Sto impazzendo!” esordisce l’uomo.

“Cosa dovrei darti?” chiedo inarcando il sopracciglio.

“Ho bisogno un po’ di farina bianca. Rodrigo, il Brasiliano mi ha detto di rivolgermi a te e che hai roba buona! Sto male, aiutami!” mi supplica strabuzzando gli occhi.

Mi ha preso per uno spacciatore. Adesso lo sistemo io.

Mi alzo dalla panchina, abbasso velocemente la cerniera del giubbotto e gli faccio intravedere la pistola che tengo a tracolla.

“Ho solo una Beretta calibro 9 con 15 stupefacenti confetti! Ne vuoi assumere uno?“ gli dico con tono infastidito, con il chiaro scopo di spaventarlo e levarmelo così dalle scatole.

Il tossico mi squadra interdetto.

“Ti avverto che come effetto collaterale, basta un solo confetto caldo per farti venire il mal di pancia ma almeno vedrai il paradiso!” incalzo ancora di più e indicando con l’indice la parte bassa della sua magra corporatura.

 

“Ah, quindi sei un collega?” mi domanda sorridendo.

Diamine! Capisco al volo chi è in realtà quel tizio davanti a me.

“Ma allora tu…” ma non mi lascia il tempo di finire la frase.

“Si. sono un Falco, mi occupo di microcriminalità e sono specializzato in particolar modo a dare la caccia agli spacciatori della zona.” Mi spiega.

“Ma non riesci a riconoscere uno sbirro da uno spacciatore?” espongo con un tono quasi offeso.

“Mi ha ingannato il tuo giubbotto in pelle e mi ero insospettito!” si giustifica.

“Il mio giubbotto in pelle!” esclamo costernato.

“Eh si! Un po’ troppo per una giornata calda come questa e pensavo che tenevi l’ipotetica mercanzia lì dentro.” soggiunge desolato.

“Mi spiace per te ma sono solo un semplice individuo che si stava facendo i cavoli suoi!” continuando a manifestare il mio disappunto.

“Lo so, e ti chiedo scusa. Ti auguro una buona giornata!” e dandomi le spalle se ne va.

Lo osservo mentre si allontana, ricominciando nuovamente a barcollare.

Bah!

La prossima volta esco con abiti leggeri e il “ferro” lo lascio a casa. Poco ma sicuro.

  

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