Si chiamava Andrea. Si tende, almeno così gli sembrava, a trovare una certa affinità con il proprio nome, come se fosse qualcosa in cui leggere il proprio destino. Da piccolo gli avevano detto che era un nome molto raro e in effetti nella sua classe, alle elementari e poi alle medie, era l’unico a chiamarsi così, mentre invece fiorivano i Marco e i Luca. Sentiva una certa solidarietà con Ciro.

Gli avevano anche detto che in Francia è un nome dato a una femmina, e questo lo rendeva poco orgoglioso; poi, per fortuna, venne a scoprire che in latino è filologicamente connesso al coraggio e alla virilità, e questo lo rincuorò. Continuò comunque a nutrire un atteggiamento ambiguo nei confronti del proprio nome.

Il suo cognome, Corradi, invece gli aveva sempre dato una sensazione di stabilità e forza. Era un cognome che si chiudeva con decisione, soprattutto dopo quelle doppie rr. Dentro quella chiusura riconosceva qualcosa del proprio carattere: una determinazione che a volte diventava testardaggine. Il nome rappresentava il lato pensoso e dubitativo, mentre il cognome era come uno scudo rivolto verso il mondo. Timidezza e sicurezza di sé.

Da bambino era semplicemente timido. Poi, all’inizio dell’adolescenza, l’altra parte di lui cominciò a reagire. Ma le due anime non trovarono mai davvero un’armonia. Alle superiori questa frattura diventò evidente: a scuola era il ragazzo timido, aggrappato al ruolo dell’alunno diligente, incapace di socializzare e spesso ai margini. Fuori, con la compagnia del paese, era invece uno dei leader. Per molto tempo quella divisione rimase soltanto una stranezza del suo carattere, qualcosa che Andrea accettava senza pensarci troppo. Finché un giorno non accadde qualcosa di piccolo, quasi insignificante. Durante una serata con gli amici, Andrea si mise a raccontare un episodio della sua vita. Non lo raccontò per intero — e forse fu proprio quello a fare la differenza. Scelse un inizio qualsiasi, quasi casuale, e poi lasciò cadere qualche dettaglio, come se gli fosse sfuggito.

Accennò a un momento in cui si era trovato fuori posto, senza spiegare bene perché. Parlò di uno sguardo, ma non chiarì mai da chi venisse. A un certo punto si interruppe, fece una pausa, come se stesse decidendo se andare avanti oppure no. Poi riprese, cambiando tono, alleggerendo, spostando l’attenzione su qualcosa di più semplice.

Gli amici ascoltavano affascinati.

E quando arrivò alla chiusura, scoppiarono a ridere. Era riuscito a creare una storia che li aveva divertiti grazie a quel modo di alternare il non detto e il detto, a quel modo di creare attesa e sconcerto nel racconto. Gli chiesero di continuare, di tornare indietro, di raccontare meglio “quella parte”.

Fu lì che Andrea si accorse di qualcosa: non era necessario dire tutto. Anzi, quello che tratteneva sembrava avere più peso di ciò che raccontava. Le sue esitazioni diventavano ritmo, le omissioni tenevano dentro gli altri. E, per la prima volta, quella sua abitudine a osservare e a non esporsi del tutto smetteva di essere un limite e diventava parte della storia. Quella sera Andrea intuì qualcosa che non aveva mai formulato prima: forse esisteva un modo per usare la sua parte più timida, quella che osserva e riflette. La scrittura. Forse era lì che le sue due metà potevano incontrarsi. Da quel momento Andrea iniziò a guardare la propria vita con occhi diversi. Le cose che accadevano — le conversazioni, le persone incontrate, perfino le situazioni in cui si sentiva marginale — cominciarono a sembrargli materiale per una storia. Poco alla volta capì che quella divisione che lo aveva sempre accompagnato non era necessariamente un difetto. Poteva diventare una risorsa. Il ragazzo timido osservava il mondo. Quello più sicuro lo raccontava. E mentre scriveva, Andrea aveva spesso la sensazione di fare qualcosa di molto semplice e molto potente: rimettere ordine nella realtà. Perché sulla pagina succedeva una cosa che nella vita non accade quasi mai. Le cose potevano finalmente andare come avrebbero dovuto. E forse era proprio questo il compito che lo aspettava: raccontare al mondo — e a se stesso — la versione più vera della sua storia. 

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