Un’altra volta ospitammo un professore universitario. Lo chiamerò semplicemente il Professore. Diceva di aver scritto diversi saggi che erano stati relegati in una specie di limbo del sapere accademico. Sosteneva una teoria storiografica che lo aveva reso una sorta di eretico: secondo lui, nel periodo ellenistico si era verificata una vera e propria rivoluzione scientifica, poi dimenticata nei secoli successivi. Almeno così raccontava lui.
Sedette a poppa, con una borsa di cuoio piena di fogli e libri sottolineati. Guardava l’acqua come se stesse leggendo qualcosa anche in quelle acque.
Dopo un po’, fu Luca a rompere il silenzio.
«Allora, Professore, che lavoro fa?»
«Studio il passato», rispose lui. «Ma non quello che credete voi.»
Giorgia, che fino a quel momento era rimasta in silenzio a fissare l'acqua, si voltò appena dal timone. «E quale sarebbe quello che crediamo noi?» Il Professore sorrise. «Che il passato sia una strada lineare. Prima l’ignoranza, poi il progresso. Io credo invece che l’umanità abbia dimenticato più di quanto abbia imparato.»
Luca rise piano. «Dimenticato? Tipo cosa, per esempio?»
«Una rivoluzione scientifica intera», disse il Professore. «Nel periodo ellenistico. Matematica, astronomia, meccanica. Un sapere vastissimo, poi cancellato dai secoli.»
Giorgia aggrottò la fronte. «Cancellato da chi?»
«Dal tempo. Dalle guerre. Dalla distrazione degli uomini.» Fece un gesto vago con la mano. «Se quel sapere fosse sopravvissuto, oggi parleremmo della rivoluzione industriale come di un semplice ritardo.»
Luca si voltò verso di lui. «Sta dicendo che i Greci avevano già le macchine?»
«Non come le vostre», rispose il Professore. «Ma le idee sì. Perfino una forma primitiva di macchina a vapore.»
Giorgia fischiò piano. «Questa è grossa.»
«I miei colleghi mi prendono per pazzo», aggiunse il Professore con una punta d’orgoglio. «Perché quello che dico va contro il sapere consolidato.»
Ci raccontò non solo di macchine a vapore inventate ben 1200 anni prima della cosiddetta rivoluzione industriale, ma anche di meccanismi di calcolo del tempo così raffinati da poter competere con i sistemi di misura odierni. Gli uomini di allora conoscevano già le spirali di Archimede e le curve impossibili, superfici che sembravano sfidare la realtà, e costruivano macchine idrauliche e pompe che sollevavano l’acqua con una perfezione quasi magica. Utilizzavano leve, pulegge e contrappesi per trasformare il movimento in forza e inventavano dispositivi di calcolo meccanico che anticipavano di molto i nostri moderni computer. Ogni ingranaggio, ogni camma, ogni meccanismo era progettato con cura, applicando teoremi di geometria piana e solida, studiando proporzioni auree e curve complesse, anticipando concetti di continuità e infinitesimo che la scienza avrebbe codificato solo secoli dopo.
Era una matematica viva, applicata alla realtà. Gli antichi sapevano misurare il tempo e lo spazio con strumenti così precisi da prevedere con sicurezza i cicli dei corpi celesti; costruivano mappe mobili del cielo e dispositivi per simulare le maree, il moto dei fiumi, perfino l’andamento delle stagioni. Alcuni automi erano persino programmati per eseguire sequenze musicali, unendo arte e scienza in un’unica armonia. C’erano macchine per la lavorazione dei campi, pompe idrauliche, orologi perpetui e macchine tessili che anticipavano, di secoli, la rivoluzione industriale.
L’uomo antico aveva concepito sistemi modulari di costruzione e calcolo, macchine che sollevavano pesi enormi, strumenti per misurare liquidi e pesi con una precisione degna di un moderno laboratorio e dispositivi che anticipavano i teoremi della topologia e i calcoli infinitesimali.
In quel mondo dimenticato, la scienza non era una disciplina separata dall’arte o dalla vita quotidiana: era un linguaggio, un viaggio attraverso spazi invisibili e tempi misurabili, un dialogo con la natura che oggi fatichiamo a comprendere. Ogni macchina, ogni automa, ogni teorema era un messaggero, un’eco di un sapere che aveva osato spingersi oltre il visibile e il misurabile. E mi chiesi quanto della nostra modernità non fosse che un rifiorire di idee già conosciute, sepolte e poi riscoperte, in un ciclo continuo di memoria e oblio.
Luca lo guardò per un momento, poi indicò il fiume. «Vede, Professore, qui sul Po è diverso. L’acqua va avanti. Non si chiede mai cosa c’era prima.»
«Appunto!» esclamò lui. «È questo l’errore. Non chiederselo.»
Giorgia sorrise. «O forse è il modo migliore per non impazzire.»
Il Professore rimase in silenzio per qualche secondo, osservando la corrente.
«Forse avete ragione voi», disse infine. «O forse sono io che guardo troppo indietro.»
Noi rimanemmo affascinati da quel sapere vasto e profondo. Eppure, c’era qualcosa che non ci convinceva. Pur non essendo esperti, cominciammo a nutrire qualche dubbio su quello che ci raccontava, così fuori dagli schemi. Ma non approfondimmo. L’uomo era simpatico, appassionato e, quando lo salutammo, gli facemmo i nostri migliori auguri per le sue teorie che, anche se un po’ strampalate, erano comunque interessanti.
Nessuno rispose. Si sentiva solo il rumore del motore e l’acqua che si apriva ai lati della barca.
Poi era salito lui. Aveva il volto sepolto da una peluria fitta, imbrattata dai fili lucidi che gli scivolavano dalle labbra fino al petto.
«Lei chi è?» chiese Giorgia.
«Sono l’uomo lupo» rispose. Lo disse quasi con naturalezza, ma non ce n'era bisogno: la sua natura era scritta in ogni centimetro di quel corpo selvatico. Quella domanda, sotto il peso di una simile evidenza, svanì nel nulla.»
“E dove deve andare?” chiese Luca. «Dove volete» rispose. «Resterò con voi solo per un po', e poi me ne andrò.»
Navigammo per qualche tempo in compagnia dell'uomo lupo finché, appena vide un piccolo boschetto, lui chiese di scendere e lo salutammo.
Ci divertivamo e incontravamo così tanta gente sul fiume, ma sapevamo anche che qualcosa, a lungo andare, non avrebbe più funzionato come prima.
Sul fiume avevamo sempre un obiettivo: la curva successiva, il prossimo attracco, la prossima riva. Bastava quello. Le anse del Po, gli aironi che si alzavano in volo, il modo in cui l’acqua scorreva senza fine.
Tutta la mia vita è stata così: in avanti, senza ripensamenti.
Finché nacque Giulio.
E allora mi resi conto che non potevamo più vivere su quella barca, in mezzo al fiume.

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