Ma cosa hanno tutti! Il capoufficio pretende termini entro sera le pratiche che mi ha appena assegnato. 

"Questo ufficio non è un ente pubblico dove il lavoro procede rallentato: nel privato, dovrebbe saperlo signorina, è necessario rispettare i tempi” sentenzia dall’alto del suo metro e novanta, con una circonferenza di grasso ormai impossibile da nascondere anche per un panciotto benfatto. 

I colleghi non sono meno risentiti e astiosi, gli stessi personaggi che la sera prima mi hanno intrattenuta con le loro lusinghe al pub.

"Guarda che se hai chiesto come al solito qualche giorno di ferie a fine mese, qualcuno ti ha già preceduto.”

Persino la donna della pulizie ha la cattiva creanza di rivolgersi a me con tono umiliante, come se anche lei ritenesse di potermi essere superiore.

"Stasera non voglio fare le 18:00 a scopare tra le scrivanie, potrebbe fare più attenzione quando appunta le sue matite? Potrebbe pulire le sue belle scarpette con i tacchi?”

E intanto il ‘generoso’ capoufficio non manca di squadrare nemmeno tanto di nascosto le mie forme, chissà perché mi ostino a vestirmi con fuson super aderenti e magliette ancora più appiccicate al corpo. 

Mentre mi rassegno alle pratiche immergendomi nella pila che mi sovrasta, la vedo in fondo all’ufficio delle segretarie, proprio alla porta d’ingresso della stanza che adesso è spalancata, ma da cui non passerà di sicuro nessuno almeno nelle prossime due ore, fino alla pausa caffè. Penso che tra un po’ potrò annegare nel caffè, intanto mi rendo conto che la bambina mi osserva con sguardo perplesso: poverina, forse ha subito una paura improvvisa, o forse prova solo una grande curiosità che vorrebbe soddisfare. 

Ma chi è? Non l’ho mai vista in ufficio. E perché una bambina dovrebbe frequentare le segretarie di una multinazionale import-export, che rifornisce di ogni genere di beni di consumo almeno cinquanta Paesi tra Asia, Europa e Stati Uniti? È bionda e molto carina, credo abbia all’incirca otto o al massimo nove anni e ha una statura inferiore alla media della sua età. 

Ma ho troppo lavoro da svolgere. Mi concentro in modo sempre più intenso sulle miei pratiche, fino a dimenticarmi della sua presenza in fondo alla stanza; quando il suo visino mi torna alla memoria, controllo se è sempre là dove l’ho lasciata, ma è scomparsa.

Riappare nel corridoio mentre sto portando il primo lavoro svolto al capoufficio. La incrocio, ma lei si tiene a debita distanza da me, poi svolta nel corridoio perpendicolare al mio. La rivedo infine mentre sto per entrare in bagno; è appoggiata alla mensola della finestra e continua a guardarmi, i suoi occhi tremanti tradiscono ancora una certa irrequietezza, ma i tratti del suo viso appaiono più distesi. Chiedo ad alcune colleghe se l’hanno notata, ma mi prendono in giro bonariamente, almeno spero siano bonarie.

"Lavori veramente troppo, adesso hai anche le traveggole!”

"Fossi in te penserei a donare quei bei fianchi a qualche stallone, così una bambina la vedrai veramente, la tua.” 

All’uscita dall’ufficio, sicuramente il momento più bello della giornata, mi precipito dal tabaccaio per le sigarette e mentre pago, eccola ancora una volta vicino a me. Si appoggia alla parete ormai con sguardo sconsolato, come se avesse sperato in qualcosa che non si è realizzato. Vorrei gridare a squarciagola: "Cosa ci fa una bambina da sola in mezzo alla folla dei fumatori in una tabaccheria? La vedo solo io, nessuno di voi si è accorto di lei?” ma non lo faccio. È tardi e devo ancora fare la spesa. 

La scorgo tra gli scaffali del supermarket tre o quattro volte; sfreccia senza prendere alcuna merce, ma sono certa che a ogni passaggio non manca di guardarmi con occhi penetranti. Infine scompare, è inutile rincorrerla.

Sulla strada di ritorno a casa mi imbatto in un incidente. Il blocco della polizia impedisce di procedere. Decido di fare inversione per poi prendere un altro tragitto, più lungo da percorrere per arrivare a casa, ma non ho alternative. Mi fermo per iniziare la manovra, quando vedo la bambina bionda seduta sul marciapiede. Mi sta ancora guardando. 

Adesso basta: devo scendere per parlarle.

"Ma chi sei tu, che continui a seguirmi e a ossessionarmi? Dove sono i tuoi genitori?”

“I miei genitori non ci sono più” risponde con voce estremamente fioca, quasi impercettibile all’udito. "Dovresti saperlo bene che non ho più i genitori, perché non vuoi ricordare?”

"Perché dovrei ricordare, non so cosa tu stia dicendo.”

Rispondo con tono eccessivamente alterato, ma mentre pronuncio queste poche parole sento la mente in subbuglio. Strane immagini passano di sfuggita, sono sfocate, ma poi ogni momento torna alla memoria, limpido ed orribile. Spontaneamente ricostruisco l’accaduto ad alta voce: "Il cellulare, ancora una volta stavo parlando al cellulare durante la guida. Non si deve fare. Poi il terribile impatto e le due auto che sono finite nel canale.”

“L’acqua è fredda e profonda, non serve molto tempo per morire, ma si soffre ugualmente” confessa la bambina.

Ci abbracciamo forte, ma nei nostri corpi non c’è più calore; un abbraccio freddo come la disperazione. Poi insieme ci incamminiamo verso l’infinito. 

 

Giampaolo Giampaoli

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