Inizio estate 1944, in barriera di Milano, a Torino, c’è un’osteria gestita da marito, moglie e dal figlio Giuseppe, che dal 10 febbraio è partigiano nella 101ª Brigata Garibaldi con il nome di battaglia “Zan”. Il caldo si fa già sentire, ma non più il suono della tromba di Pino, che da mesi verso sera, bucava il silenzio. Sul marciapiede davanti all’osteria ci sono tavoli occupati dai giocatori di carte, quasi tutti emiliani. Sono in canottiera per gustare il refolo d’aria che di tanto in tanto arriva dalla Valle di Susa. I più sono appena tornati dalle acciaierie di via Cigna; gli altri sono disoccupati da sempre. Giocano a scopa e picchiano i pugni sul tavolo per segnalare al socio il seme e il valore delle carte in mano. Zittiscono quando dalle vicine case operaie sbuca un tizio che indossa uno spolverino stretto in vita, bavero alzato e un cappello grigio con la tesa che gli sfiora le sopracciglia. È a cento metri e i suoi “ciapin” (le piccole mezze lune in ferro che salvano dall’usura la punta e il tacco delle scarpe) cadenzano sul marciapiedi “tic tac”, un suono che assomiglia più che altro a un segnale di avvertimento. «Ecco, arriva il fascista», mormora qualcuno. I giocatori si alzano e scompaiono nell’osteria. Il “fascista” scansa i tavoli, osserva gli avventori con il solo movimento degli occhi e si allontana verso corso Vercelli. Passa l’anno e finalmente arriva il 25 aprile che porta la Liberazione e la resa dei conti: guerriglia per le strade, feste da ballo nei cortili. Qualcuno copre le targhe di via Lauro Rossi con rettangoli di carta che riportano “via Ermete Voglino, caduto per la Libertà”. Perché Voglino, 31 anni, creduto “il fascista”, era invece il comandante di brigata nella IX Divisione GL, con il nome di battaglia “Don Ciccio” e in una cantina di corso Vercelli gestiva anche un deposito di armi della Resistenza. Le targhe posticce agli angoli della via durano poco. Il vento che soffia dalla Valle Susa le ha strappate e disperse.

Ermete Voglino, nato il 10 dicembre 1914 a San Damiano d’Asti, commerciante, si arruola nell’artiglieria alpina del Regio esercito italiano. Promosso sergente maggiore per meriti sul campo, viene anche decorato con la Croce di guerra e proposto per due medaglie d’argento al valor militare. Dopo l’armistizio, decide di unirsi ai partigiani piemontesi e diventa comandante di una squadra della VI Brigata SAP di Torino. Verso la fine del 1944 da Torino si trasferisce nell’astigiano, entra nelle fila della IX divisione GL e ottiene il grado di comandante. Catturato dai nazifascisti, la prima volta viene rilasciato; la seconda fugge nei pressi di Bolzano, scappando dal treno che lo sta portando in un campo di concentramento tedesco. Riesce a ricongiungersi ai compagni con i quali riprende l’attività clandestina a capo del servizio di approvvigionamento per le formazioni operanti in Val Pellice e nel Monferrato e all’inizio del 1945 agisce come infiltrato nel 28° Battaglione Lavoratori.

A Voglino è legata la storia di Luigi (Gino) Fassio, astigiano di Montegrosso di Cinaglio. Nel maggio 1944 con i partigiani della Val di Lanzo costituisce la 20ª Brigata “Paolo Braccini”. Il suo nome di battaglia è “Baffo”. Come Ermete, prende parte a numerose azioni, viene nominato vicecomandante di distaccamento ma, a causa dei rastrellamenti nazifascisti che provocano lo sbandamento della brigata, decide di rifugiarsi in Francia. Quando riesce a rientrare in Patria, raggiunge i nonni ed entra a far parte del 28° Battaglione Lavoratori, creato allo scopo di costituire un gruppo di “ribelli” facilmente controllabili.

Fassio nel Battaglione continua ad aiutare i partigiani, contribuendo all’organizzazione delle cellule per l’insurrezione nel momento opportuno. Ed è in questa occasione che il suo destino si intreccia con quello di Ermete Voglino.

I fatti: il 16 febbraio 1945 Voglino viene arrestato dall’UPI in un’osteria di via Varrone, ad Asti, con l’accusa di essere un capo partigiano e di aver organizzato un attentato contro il comando tedesco. A denunciarlo - gli viene detto - è qualcuno che ha telefonato dalla sede del 28° Battaglione Lavoratori. Gli eventi precipitano. Voglino è processato e il 26 febbraio viene decretata la sua condanna a morte. In carcere sospetta che il delatore possa essere proprio Fassio e riesce a far recapitare un biglietto in cui confida il suo sospetto. Ma all’alba del 13 marzo viene fucilato al muro di cinta del cimitero di Asti. Con lui, i compagni Roberto Dotti, Anselmo Torchio e Pietro Vignale.

Il giorno dopo la fucilazione, Fassio si presenta al comando della IX divisione GL, dove viene assegnato a un distaccamento. Lungo la strada viene però fermato da una pattuglia di partigiani e portato al comando della divisione GMO. Lo stesso giorno il tribunale di guerra partigiano lo processa. Le accuse sono pesantissime: appartenenza all’UPI e delazione. Per tre giorni “Baffo” professa la propria innocenza. Invano. Il 17 marzo viene fucilato a Camerano Casasco. Solo una settimana dopo ai genitori sarà comunicata la sua morte, “avvenuta per incidente d’arma”.

Due mesi dopo emerge la verità: “Baffo” è stato ucciso per un errore. Le indagini stabiliscono che Luigi non ha mai avuto contatti con l’UPI e che il giorno della telefonata anonima non era nella sede del Battaglione. Un tragico errore giudiziario.

A Montegrosso Cinaglio una lapide ricorda Luigi Fassio, 24 anni, nome di battaglia “Baffo”. Oggi la lapide esiste solo sulle mappe catastali. Resta il ricordo della famiglia e di chi cerca di ricostruire la storia di uomini e donne valorosi di cui, purtroppo, si sta perdendo traccia.

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