Grace si mise seduta a rimirare quello strumento e, presa dalla malinconia, ripensò al suo passato, quando in un tempo che le sembrò infinitamente lontano, lei lo sapeva usare. Rivide se stessa, seduta al piano la sera, allietare la famiglia con la sua musica. Suo padre le aveva comprato un piano simile a quello che aveva davanti proprio per incoraggiare la piccola di casa a esprimere la sua bravura.

Era davvero brava, aveva preso molte lezioni con un maestro di musica e le sue agili mani scorrevano sui tasti con la leggerezza di una libellula.

Si guardò intorno e non poté evitare di confrontarsi con quello che lei era prima del matrimonio e quella che era diventata adesso. Com'era stato possibile un cambiamento così radicale, com'era riuscita a cadere così in basso. Il mondo che la circondava era lontano anni luce da quello della sua giovinezza. Si guardò le mani e le vide rovinate, quasi consunte, ossute e senza grazia, unghie lunghe e sporche, di uno sporco difficile da togliere, quello della miseria, della cattiva alimentazione, del continuo contatto con acqua fredda che le spaccava la pelle. Chissà, si chiese, se erano ancora in grado si scorrere su una tastiera. Guardava quel piano spinta dalla curiosità e dalla voglia di provarlo. Quello che la frenava oltre al timore di non essere in grado, era la preoccupazione del vicinato, se avessero sentito uscire dalla sua casa anche solo una nota, sapeva bene che tipo di reazione avrebbero avuto gli abitanti di quelle topaie. Possedere un piano era un lusso che in quella zona era da considerarsi quasi assurdo. Doveva venderlo, guadagnare dei soldi che avrebbero risollevato un po’ la sua situazione finanziaria. Era seduta sul divano, lontano dalla tentazione, anche se lui era lì immobile, ma emanava un richiamo irresistibile. Quella sequenza di tasti bianchi e neri che non vedeva da tanti di quegli anni che le sembrò non fossero mai esistiti. Si alzò tremante percorsa da un brivido di paura per quello che stava per fare, si avvicinò ai tasti e li guardò con uno sguardo allucinato, come un alcolizzato potrebbe guardare una bottiglia di gin combattuto dalla necessità di bere e dalla scarsa volontà di allontanarsi dal suo male. Con gli occhi quasi febbricitanti si avvicinò ancora come se volesse abbracciarlo e sentire ancora dentro di lei quel calore di una volta, il calore dimenticato della sua gioventù, presa da un attimo di smarrimento dovette appoggiare le mani per non cadere e nel farlo toccò i tasti e ne uscì un suono improvviso e forte che risuonò fra le grigie pareti come un urlo. Sobbalzò a quel rumore informe e dovette sedersi per non svenire. Restò nel silenzio che seguì quello strano suono sgraziato, piano piano si riprese e non potendo resistere alla tentazione appoggiò una mano lievemente sulla tastiera senza premere, il solo contatto con i tasti la fece rabbrividire, la mano sinistra quasi inconsciamente si predispose nella posizione di un accordo e nello stesso tempo l’altra mano si mise sugli altri tasti, premette entrambe le mani e ne uscì un suono melodico senza una particolare armonia, ma almeno aveva la parvenza di un suono gradevole. La mano destra percorse tutta la tastiera e le dita ritrovarono parte della perduta agilità. Le venne in mente una nenia di quando era piccola e a occhi chiusi ripercorse le note ripetendole mentalmente mentre le suonava. L’aria si riempì di suoni melodiosi. Lo squallore che regnava nella stanza sembrò scuotersi e ricoprirsi di una polvere dorata, il fascino di quella musica fece scomparire le macchie d’umidità dalle pareti che diventarono come colorate d’azzurro, l’eco che rimbalzava da muro a muro si spandeva intorno a riempire tutti gli spazi, la finestra aperta fece sì che la musica uscisse dai confini di quelle  pareti per estendersi nella strada e nelle abitazioni limitrofe. Mai si era sentita in quella strada una musica così lieve, dolce, sembrava il sospiro di un neonato. La gente cominciò ad affacciarsi alle finestre per seguire la provenienza di quelle note celestiali. Grace come in trance aveva ritrovato nel profondo della sua anima, l’antica conoscenza e ora non smetteva di suonare, martellava sui tasti con una sconosciuta vigoria, appassionata, esprimeva in quella sua frenetica voglia di musica, tutta la sua rabbia, la frustrazione di anni di sacrifici estremi, il marito disoccupato, i figli delinquenti, la piccola Emma senza futuro, tutto si riversava in quelle mani che diventavano sempre più veloci, incalzanti, capaci di trarre da dei semplici tasti d’avorio suoni così sublimi. Dopo tanta voluttà nello sfogarsi su quel piano, Grace finalmente si fermò. Era esausta, senza rendersene conto aveva suonato per più di un'ora...

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