Passò negli anni aggiustando sempre, e visse amori da rammendo continuo, un rattoppar di pazienza tra le sfilacciature. Nemmeno l’occhialino sul naso la protesse dalla cieca illusione. Nemmeno la presbiopia, quando sopraggiunse, le impedì di vedere.
Un po’ restia all’inizio, appena diffidente, quel poco che distingue una signora da un’adolescente (o una puttana), ci si avvolgeva poi nelle sere più fresche come fossero mantelli preziosi.
Esordivano come amori caldi e lucenti, morbidi e setosi al tatto tra le sue dita, finché, qua e là, il tempo ne scopriva le imperfezioni. Poca cosa all’inizio sembrava ma poi...
Neppure con l’età matura e l’esperienza le riuscì di trovarne da subito i difetti.
Cominciavano promettendo calore, e sdrucivano in fretta.
Qualcuno resisteva più a lungo, qualche altro disastrosamente impallidiva al primo contatto. Consunti con facilità, lucentezza appannata, fibre irrimediabilmente scolorite. Se ruvidi fin dall’inizio lo si capiva subito e non era difficile scartarli, se morbidi ci voleva più tempo per vedere le falle.
Allora rammendava, testarda. Rammendava l’evidenza, rimetteva insieme filamenti, annodava capi, intrecciava fili. Riaggiustava cocciuta, pungendosi e sanguinando pure.
“Stavolta tiene” pensava poi con fiducia, spezzando il filo tra i denti.
Ci si impegnava parecchio nel ricostruire l’ordito, ma era la trama che prendeva confusamente il sopravvento in intrecci sbilanciati e imprecisi, erano tele bizzarre le sue. Lei lo vedeva che non erano il massimo, ma buttar via e rifare non le riusciva proprio.
Imparò l’amore come intreccio ingannevole e scadente. Ci si affezionò persino ai suoi stracci ma stracci rimanevano, e lo vedeva.
Così decise di non amare più.
Ago, filo, forbici, pizzi, spilli e bottoni: mise tutto in un cassetto segreto, dette giri di chiave e combinazioni di numeri che provò a dimenticare.
Più volte, pungendosi le dita di nostalgia, buttò la chiave e tornò a cercarla angosciata. Ed ogni volta che la ritrovò il suo cuore perse un battito.
 

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