Le 20. La luce del tramonto, ormai, si stava affievolendo del tutto sulla città, l'aria calda e opprimente di qualche giorno prima, stava lasciando il posto a quella più fresca che preannunciava l'arrivo dell'autunno. Guardava fuori dalla finestra della sua cucina, le luci della notte stavano prendendo il sopravvento e lei che continuava a fissare la sua macchina da scrivere, con la speranza che l'ispirazione venisse a baciarla come sempre; una luce flebile alle sue spalle, rifletteva la sua ombra sul tavolo e su tutto ciò che in quel momento stava sopra esso. Il telefono la distrae, si alza incuriosita e quasi grata per quella distrazione, risponde. Dall'altro lato della cornetta una voce che non sentiva da tempo. Rimane ferma qualche istante, cercando di capire se stesse sognando o meno, riformula la stessa parola “pronto” ma la voce conosciuta è ancora lì. Voci tremanti e insicure che si raccontarono gli anni passati senza essersi più visti ne sentiti. Parole su parole, emozioni, sempre quelle, ritrovate solo sentendo il suono di una voce, di una risata. Un inferno di ricordi che in un solo istante ti esplode nella testa; ed era inutile cercare d terminare la telefonata, quando quel “qualcuno” se ne usciva con “ti ricordi quando…?” Già, quel bisogno che tutto ritornasse com'era, ma poi si ricorda e di punto in bianco le risate lasciano il posto all'amarezza, al dolore, all'indifferenza e abbassare la cornetta del telefono risulta essere un gioco da ragazzi. Così ritorna davanti alla sua macchina da scrivere, un lungo sospiro, ed eccola lì, a battere su quei tasti con una foga che mai aveva avuto, mai aveva immaginato. I suoi occhi lucidi, da emozioni che non voleva più, guardavano quel foglio bianco riempirsi di parole e sulla sua bocca un accenno di sorriso, come a dire “grazie, mi hai dato l'ispirazione”.

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