Mosel era un topo di biblioteca. Ma non come si intende di solito. Era un topo perché rosicchiava appena i libri, poche righe e avanti un altro, ma subito lo abbandonava. Il suo interesse per le storie scritte si spegneva ancora prima di accendersi. La maestra non trovava autore che catturasse la sua attenzione così a lungo da tenerlo ancorato almeno a una mezza storia. Mosel era appassionato di storie in carne e ossa. Storie di compagni che caracollavano sotto il peso di zaini extra large, storie di piedi che si contendevano un pallone in cortile, o di girovaghi che sembravano non avere dimora.  

Anche Mosel sembrava non avere dimora, almeno non fissa. La sua famiglia si spostava un po’ di qua e un po’ di là del Mediterraneo. E le storie sembravano diverse, il sole forte illuminava i volti di là del mare, e illuminava le spalle di qua del mare. E c’erano sorrisi e segreti da entrambe le parti, ma dovevano essere sorrisi e segreti differenti. Mosel cresceva con le radici ondeggianti finché un giorno gli accadde l’imprevedibile. Si perse tra le pagine di una storia ed arrivò in fondo quasi senza respirare. Se ne accorse solo voltando la pagina finale. Con l’unica mano libera che reggeva il libro, mentre con l’altra avvinghiata a una maniglia resisteva agli scrolloni dell’autobus cittadino. Era diventato alto Mosel, e le storie intorno a lui si erano fatte più piccole. Ma questa di carta era così smisurata da poter contenere tutto il resto. Affascinato e affamato, cercò altre storie appese sotto il nome dello stesso autore. Nessuna pareva deluderlo. Qualcuno gli rivelò che l’autore abitava di qua del mare e che amava conoscere di persona i suoi lettori. Mosel era timido ma non abbastanza da rinunciare. Si presentò dietro la porta dello scrittore in compagnia di un vassoio di dolci che aveva navigato con lui nell’ultimo trasferimento. Si dimenticò invece le copie dei libri da autografare. I suoi occhi grandi e profondi incontrarono un sorriso antico e accogliente. Il sole lento di un pomeriggio estivo disegnò i profili di un pensiero dinamico ed entusiasta e di una riflessione cadenzata e bonaria. Mosel si raccontò diretto e semplice. Il maestro mise insieme le sue parole di terra e di mare e gli parlò col cuore in mano:

         “Mosel, tu non sei un topo di biblioteca, tu sei un cammello. Dentro le tue gobbe custodisci un tesoro di storie da rivelare”.

Lo congedò con le raccomandazioni negli occhi e con un bouquet di fogli bianchi tra le dita. Mosel cercò nello specchio le sue gobbe di cammello. Quando un giorno le distinse con chiarezza le portò alla scrivania. Cominciò a far germogliare un foglio dopo l’altro. Mosel narrava le storie ascoltate dentro le bocche delle conchiglie, raccolte nelle coppe delle mani, strappate alle divise degli uomini dei porti. Storie concepite tra i seni delle madri e dietro le fronti dei padri. E la punta della sua penna gli svelò presto una verità abbagliante: i sorrisi e i segreti di quelle storie, abbarbicate su e giù dalle sue gobbe, sparse di qua e di là del mare, non erano affatto lontani e differenti.

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