Come tutte le mattine, il Sole si alzava per illuminare il mondo e con lui tutti i suoi figlioli, i raggi. Dovendone rischiarare ogni più piccola parte, il proprio compito veniva diviso a seconda dell’età e della loro forza. I raggi più grandi combattevano nelle foreste amazzoniche dove, con la loro potenza, potevano infiltrarsi e raggiungere ogni più piccolo filo d’erba e ogni più piccolo animale, facendosi strada nella fitta vegetazione portando luce dove non ce n'era, o combattendo contro i ghiacci perenni dell’Artico.

I giovani raggi erano addetti alle nebbie, da quelle mattutine affidate ai principianti a quelle più buie e resistenti affidate ai più esperti.

A seconda della stagione dovevano tribolare un bel po’ per diradarle e non sempre ci riuscivano, lasciando a malincuore che queste avvolgessero tutto in una cappa oscura.

I piccoli raggi avevano l’incarico di far crescere i germogli delle piante e riscaldare le creature appena nate, di ogni specie animale.

Il loro compito durava dall’inizio della primavera fino all’autunno, quando con più esperienza passavano al livello superiore.

È inutile dire che questi piccoli raggi, come tutti i piccoli, erano irrequieti, curiosi e qualche volta disobbedienti.

Anche Giorgio, o meglio Giorgetto come veniva amichevolmente chiamato, era uno di questi. Dentro di sé pensava di essere già grande, sottovalutato e capace di fare tutte quelle cose che i suoi fratelli più grandi raccontavano. A bocca aperta ascoltava le loro avventure, storie di epiche battaglie contro la neve delle vette più alte o contro le scure nebbie dell’antica Europa del Nord. Tutto sembrava così facile e rassicurante che spesso pensava «Che ci vuole? Basta andare là e scaldare un poco l'aria e il gioco è fatto».

Invece, come tutti i piccoli raggi, doveva imparare e svolgere a malincuore il lavoro che il grande padre Sole gli aveva affidato. «Uffa! Sono giorni che sto qua in questo deserto a riscaldare quegli stupidi fili d’erba, che appena nati vengono mangiati dalle antilopi. A che serve?».

E così, brontolando, sognava le avventure dei suoi fratelli più grandi, impegnati nei posti più impervi della Terra. «Ma ora basta, domani gli faccio vedere io!».

Detto fatto, il giorno dopo, anziché seguire le indicazioni e i compiti che gli erano stati assegnati, mentre era in fila con gli altri, quatto quatto prese un’altra strada e senza farsi vedere seguì un gruppo di raggi più grandi.

Questi arrivarono fino a una fitta foresta dove sembrava sempre notte.

Piano piano, uno dopo l’altro, cominciarono a penetrare in ogni più piccola apertura fra le foglie e le piante, con grande fatica portavano un poco di luce e di calore anche ai più nascosti fili d’erba che potevano così ricominciare a crescere.

Ma non era facile, proprio quando sembrava che la luce avesse vinto, ecco che un’altra ombra, un ramo o una foglia spostata dal vento si metteva nel mezzo e i raggi dovevano ricominciare tutto dall’inizio.

Giorgetto guardava tutto con ammirazione ma anche con paura perché se avesse vinto il buio, proprio non sapeva cosa fare.

La lotta era senza esclusione di colpi: appena un raggio passava la barriera del verde ecco che un’altra ombra ne usciva fuori e così per ore e ore, ma finalmente i raggi ebbero la vittoria.

Come per incanto, il buio e il freddo della foresta lasciarono il posto alla luce e al calore e tutt’intorno ci fu un’esplosione di gioia, le piccolissime piantine alzarono la testa verso il Sole e così fecero tutti gli animali. 

Minuscoli esseri si arrampicavano sulla corteccia degli alberi, sulle foglie e sullo stelo dei fiori, altri animali più grandi annusavano l’aria che profumava di vita, altri ancora, dotati di ali, spiccavano il volo.

Un picchio difendeva il suo nido da un serpente che voleva entrare, splendide farfalle dalle ali colorate si posavano di fiore in fiore, era tutto un via vai e un rincorrersi l’un l’altro.

I grandi raggi di sole, stanchi dalla dura battaglia, poterono finalmente riposare tranquilli.

Uno di loro si voltò e vide Giorgetto. «Cosa ci fai tu qui? Questo non è il tuo posto!».

Il piccolo raggio di sole, ancora spaventato, balbettò qualcosa di incomprensibile: «Avrai tempo per queste cose», disse ancora il raggio grande, «ora dovrai andare davanti a nostro padre, il Sole».

Infatti, in un attimo, alla velocità della luce, Giorgetto si ritrovò davanti al Sole che lo guardava serio in volto. «Giorgetto! Ti avevo assegnato un compito, perché hai disobbidito?».

«Padre Sole, scusa, io mi sentivo già grande, volevo aiutare i miei fratelli a fare cose importanti».

«Lo so lo so che non sei cattivo» rispose il Sole, «ma voglio farti vedere una cosa».

Padre Sole lo prese e lo condusse nella savana. Qui gli mostrò il posto dove lui era stato il giorno prima ma non vide nulla.

«Padre, ieri c’era una piccola antilope qui, dov'è andata?».

«Laggiù, guarda bene».

«La vedo, ma è sdraiata, è malata? È stanca?».

«Ha fame!» rispose il Sole. «Oggi tanti fili d’erba non sono spuntati e lei ha mangiato poco. Ci vuole l’acqua ma ci vogliono anche i raggi di sole».

La povera bestiola cercava di alzarsi sulle zampe ma ricadeva giù subito, restando cosi in pericolo di essere mangiata dai leoni o dalle iene.

Il piccolo raggio di sole, capì che la colpa era sua. Se avesse fatto il suo lavoro la piccola antilope avrebbe mangiato a sazietà e ora salterebbe felice con i suoi amici. 

Senza dire una parola, Giorgetto si accovacciò vicino a lei e si mise al lavoro di buona lena. Poco dopo, decine, forse centinaia di fili d’erba sbucarono come per incanto dalla terra e la piccola antilope poté finalmente mangiare.

Si fermò con lei fino a quando l’imbrunire prese il posto del giorno e il Sole diventò rosso come il fuoco. Solo allora Giorgetto lasciò la piccola bestiola felice come non mai, promettendole di ritornare al più presto.

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