Quando la scuola la chiamò, Elisa riconobbe il tono, quello che gli insegnanti usano per scaricarti addosso il problema prima che diventi legale.

Non fece domande, prese le chiavi della macchina, chiuse la porta e uscì di casa. Mentre scendeva le scale pensò che dopo avrebbe dovuto ricordarsi di ritirare i panni dallo stenditoio condominiale prima che qualcosa sparisse.

Nell’ufficio del preside l’aria era calda e opprimente, sapeva di caffè riscaldato e sudore.

Suo figlio era lì, seduto con le braccia incrociate e lo sguardo fisso sulle proprie scarpe infangate.

Il professore di storia descriveva l’accaduto: il caos, i richiami, le cartine; poi la sedia lanciata, un muro ammaccato e infine l’aggressione fisica.

Elisa ne seguiva il ritmo senza afferrarne le parole, come si fa con la televisione accesa quando parla di politica. Ogni tanto annuiva, più che altro per educazione.

«Signora, l’ho chiamata perché lanciare una sedia contro il muro è inaccettabile. E poi mi ha aggredito.»

«Mamma, questo idiota mi ha dato del maleducato davanti a tutta la classe.»

Il ragazzo non aveva alzato la testa. La voce era uscita piatta, quasi annoiata. Elisa conosceva quella piattezza: era la stessa con la quale da piccolo raccontava bugie.

Il professore si sbottonò il polsino della camicia e tirò su la manica. Sul bicipite c’era un livido largo, quattro dita rosse impresse nella carne.

Elisa lo guardò e pensò che gli adolescenti non sanno dosare la forza, è una cosa nota. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo a quel professore: loro sono lì per quello, per capire ed educare, o no?

Poi guardò il preside e usò le frasi giuste: quelle del dispiacere, della collaborazione, quelle che iniziano con «capisce anche lei com’è impulsivo un adolescente» e finiscono con «mio figlio non è mai stato aggressivo».

Le uscirono senza sforzo, naturali quasi.

Firmò i moduli, prese il ragazzo per la manica del giubbotto, non per il braccio, un gesto che lui non poteva scrollare via, e uscirono.

Per strada il ragazzo le camminava davanti, le spalle curve dentro il giubbotto nero, il respiro pesante che nel freddo del pomeriggio formava nuvole leggere.

All’improvviso centrò una bottiglia di birra vuota con la punta dello scarpone.

Il vetro andò in mille pezzi contro la fiancata di un’auto con un rumore improvviso, forte e spiazzante.

Elisa superò i vetri senza guardarli, stava pensando a cosa avesse in frigo.

«Hai mangiato a ricreazione?»

Il ragazzo scrollò le spalle. «No, ero in direzione con quel cazzaro del preside.»

«Ti preparo qualcosa appena entriamo. Un panino col tonno, ti va?»

Quella sera a tavola la violenza venne servita insieme alla cena. «Quindi quel fallito di storia lo ha umiliato davanti a tutta la classe?» chiese il padre.

Non stava chiedendo al figlio, stava chiedendo conferma di qualcosa che aveva già deciso.

«Sì. Davanti a tutti», rispose Elisa, versando l’acqua. «Anche davanti alle ragazze.»

Il padre smise di masticare, posò la forchetta con una lentezza che era già una risposta.

«Certe teste di cazzo non dovrebbero stare dietro una cattedra», disse. «Pensano di poter calpestare un ragazzo solo perché hanno un pezzo di carta.»

Il ragazzo mangiò tenendo gli occhi sul piatto, la bocca unta, il gomito appoggiato al tavolo nel modo che sua madre gli aveva corretto mille volte inutilmente. Sentiva le loro voci sopra di lui come si sente la pioggia quando si è al coperto: presente, lontana, irrilevante.

Elisa si allungò e gli passò una mano tra i capelli.

Lui non si mosse, non si sottrasse, aveva imparato che era più semplice e veloce lasciarla finire.

 

«Uno così va rimesso al suo posto», disse il padre, alzandosi di scatto. La sedia sbatté contro il mobile. «Domani ci vado io a scuola e poi vediamo se alza la voce anche con me.»

Elisa prese il piatto del figlio e ci rovesciò sopra il resto della teglia.

«Mangia», disse, come se fosse la cosa più urgente del mondo, l’unica davvero importante.

Il ragazzo mangiò.

Non disse niente perché non c’era niente da dire: la storia era già stata raccontata, i ruoli già assegnati. Lui era quello a cui avevano fatto torto e il professore era quello che aveva sbagliato. Domani suo padre sarebbe andato a scuola e il professore avrebbe abbassato la cresta o forse no, ma in ogni caso la cosa sarebbe finita lì, come finivano sempre queste cose.

Grattò il fondo del piatto con la forchetta.

Pensò che il giorno dopo poteva tornare in classe a testa alta.

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