Anche per chi, come Felice, viveva la tranquilla vita di campagna, ogni tanto succedeva qualche variazione sul tema. Fatti curiosi, divertenti, teneri. Piccole cose che, forse, valeva la pena raccontare.

Una sera, mentre camminava con i cani lungo la strada, vide in lontananza tre figure venire verso di lui. Istintivamente strinse il collare di Whisky, perché nella testa di quel cane — purtroppo per Felice — era ormai chiaro di avere una missione: difendere il suo umano da qualsiasi eventuale pericolo.

Whisky tendeva a ringhiare contro qualunque cosa si avvicinasse alla persona di Felice. Anche se quella cosa, in realtà, stava pensando ai cavoli suoi e non lo filava proprio.

Erano i grossi problemi di un cane poco socializzato e totalmente scemo.

Quando quelle tre figure furono a una decina di metri di distanza, Felice si accorse che si trattava di un uomo, una donna e una bambina di circa otto o nove anni.

Appena la bimba lo vide, gridò:

— Papà! Papà, è lui! Dai, chiamalo, ti prego!

Felice non era tendenzialmente un tipo ansioso, ma vedere una ragazzina che ti indica ai genitori gridando “è lui, è lui”, oggettivamente qualche domanda te la fa porre.

Così, nel giro di dieci secondi, cercò di ripercorrere mentalmente le ultime due o tre settimane della sua vita, provando a ricordare se avesse commesso qualche fatto particolarmente esecrabile di cui avrebbe dovuto pagare pegno.

Poldo e Whisky non avevano morso nessuno.
Almeno, che lui ricordasse.

E sinceramente non gli pareva di aver mai visto quella bambina, né tantomeno i suoi genitori.

Dunque era pronto a negare qualsiasi eventuale addebito gli venisse imputato.

Quando ormai furono a pochi metri, sentì la madre dire:

— Steliana, vieni qui. E poi non si indicano le persone in mezzo alla strada.

Poi la donna sorrise a Felice, vagamente imbarazzata, come a volersi scusare.

Nel frattempo Whisky ringhiava come un facocero e Felice doveva districarsi tra il trattenere lui, il trattenere Poldo e le solite frasi di rito:

— Non si preoccupi, signora, si figuri…

Il tutto mentre mollava una leggerissima pedata ai suoi due quadrupedi, giusto per invitarli diplomaticamente a smetterla di comportarsi come la scorta armata del Presidente della Repubblica.

Felice si accorse subito che era una famiglia straniera, forse rumena. Avevano tutti e tre la pelle e i capelli chiari. La bambina era bellissima, con i capelli biondi lisci e gli occhi verdi. Aveva un viso un po’ triste, ma lo guardava con un sorriso pieno di tenerezza e speranza.

Il papà della bambina, un signore corpulento e con un bel sorriso gioviale, si avvicinò per stringergli la mano.

Ed è in quel momento che si sfiorò il primo incidente diplomatico tra Italia e Romania, grazie agli ineffabili cani di Felice.

A tutti potrebbe sembrare un’operazione semplice, stringere la mano a una persona che vuole salutarti.

Ma provate voi a farlo con due cani di media taglia convinti di dover difendere il proprio umano da chissà quale imminente pericolo.

L’uomo cambiò espressione in un attimo. Da simpatica e gioviale diventò spaventata e diffidente. In un idioma a Felice sconosciuto, invitò la bambina ad allontanarsi dalle due belve feroci.

Felice provò a scusarsi:

— No, no, stia tranquillo. Sono solo due scemi. Non mordono.

Ma l’uomo non sembrava troppo convinto da quelle parole.

Come per miracolo, però, dopo poco i cani si calmarono. Addirittura Whisky cominciò a scodinzolare. Solo Poldo restò leggermente più diffidente, ma almeno non stava più cercando di staccare la mano all’uomo.

Felice lo considerò un sufficiente passo in avanti per cominciare finalmente una discussione civile.

Allora, con tutta la gentilezza di cui era capace, si rivolse all’uomo:

— Buonasera, posso aiutarvi in qualche maniera?

Ma fu sempre Steliana a intervenire. E da quel momento fu chiaro che quella bambina non aveva certo un carattere timido.

Lo guardò e disse:

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